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Mattòt: Al di sopra di ogni sospetto

in: Blog/News, Ebraismo | Pubblicato da: Micol Mieli

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Dopo la vittoria nelle battaglie contri i re emorei, ‘Og e Sichòn, e la conquista dei loro territori, i capi delle tribù di Reuven e di Gad, chiesero a Moshè di ricevere in retaggio questi territori che erano molto vasti e adatti ai loro numerosi greggi. Moshè chiese loro se pensavano di rimanere in Transgiordania prendendo possesso di questi territori evitando così di combattere con le altre tribù per conquistare la terra di Canaan. Li ammonì ricordando loro le disgrazie causate dagli esploratori che avevano fatto perdere coraggio al popolo che dovette vagare per quaranta anni nel deserto. I capi delle due tribù promisero che sarebbero andati a combattere con i loro fratelli delle altre tribù e sarebbero tornati alle loro case in Transgiordania solo dopo la conquista della terra di Canaan.

Moshè acconsentì dicendo loro: “Se farete questa cosa, se vi armerete davanti all’Eterno per la guerra; se ogni armato tra voi passerà il fiume Giordano davanti all’Eterno, fino a che l’Eterno abbia cacciato i suoi nemici dinanzi a Lui, e il paese verrà sottomesso davanti all’Eterno e solo allora tornerete; allora sarete innocenti sia di fronte all’Eterno che di fronte a Israele e questo paese sarà il vostro retaggio davanti all’Eterno” (32:20:22).

La frase “sarete innocenti davanti all’Eterno e a Israele” appare in alcuni passi del Talmud dove i maestri insegnano l’importanza di essere al di sopra di ogni sospetto. Non è solo importante essere innocenti nei confronti dell’Eterno, ma è anche importante far sì di non venire sospettati da altri israeliti di non essersi comportati in modo appropriato.

Nel trattato Pesachìm (13a) i maestri insegnano che i Gabbaè Tzedakà, gli addetti alla raccolta di fondi per i bisognosi, quando avevano raccolto più monete del necessario e non avevano a chi distribuirle, dovevano cambiare le monete di minore valore che erano di bronzo in monete di argento o di d’oro, perché quelle di bronzo erano soggette ad erosione e quindi a perdere valore. Tuttavia nel cambiare le monete di bronzo in monete di metallo più prezioso dovevano farlo tramite terzi e non con le proprie monete affinché non venissero sospettati di averlo fatto a un cambio più favorevole di quello di mercato.

R. Barùkh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1942) in Torà Temimà cita l’episodio di Chanà, madre del profeta Shemuel che era andata con il marito Elkanà a Shilo dove vi era il Mishkàn, il tabernacolo. Essendo sterile, colse l’occasione per pregare l’Eterno di concederle un figlio. Dal momento che pregava in silenzio muovendo le labbra  Elì, il Kohen Gadol, credette che Chanà fosse ubriaca.  Chanà rispose che non era ubriaca ma era una donna amareggiata perché non aveva figli. Elì le diede una benedizione e l’anno seguente Chanà ebbe un figlio che divenne il profeta Shemuel. I Maestri nel Talmud (Berakhòt, 31b) affermano che dalla risposta di Chanà impariamo che si è obbligati a fare sì di non essere sospettati.

Nel trattato Yomà (38a) vengono citati altri due episodi simili. La famiglia di Avtinas era specializzata nella produzione del Ketòret, il profumo composto di incenso e di altre erbe per il servizio nel Bet Ha-Mikdàsh. Quando un giovane di questa famiglia sposava una ragazza di un’altra famiglia, una delle condizioni del matrimonio era che la ragazza non usasse mai profumi di nessun genere. Il motivo era appunto quello di non destare sospetti che era stato usato il profumo destinato al servizio del Bet Ha-Mikdàsh.

La famiglia di Garmu era specializzata nella produzione del pane che doveva rimanere sul tavolo di presentazione nel Bet Ha-Mikdàsh da uno Shabbàt all’altro. Anche in questo caso questa famiglia fece sì che i loro bambini non andassero mai fuori di casa con del pane affinché non fossero sospettati di dare ai bambini del pane destinato al servizio nel Bet Ha-Mikdàsh.

Un altro esempio dell’obbligo di comportarsi in modo di essere al di sopra di ogni sospetto, è citato nel trattato di Shekalìm (3:2). Gli addetti alla raccolta del denaro donato al Bet Ha-Mikdàsh non dovevano entrare  nella camera della cassaforte a prelevare il denaro con dei vestiti che avevano delle pieghe per non essere sospettati di essersi appropriati indebitamente di monete destinate al Bet Ha-Mikdàsh.

Rav Joseph Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) nel commento a questa parashà in Mesoras Harav (p. 257) conclude dicendo: “Qualcuno potrebbe pensare che la propria reputazione è un affare personale e non è necessario preoccuparsi delle opinioni degli altri. La Halakhà invece sostiene che non si ha il diritto di macchiare la propria reputazione”.

            

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