Mi sono chiesta come iniziare un articolo che possa far comprendere quanto ho potuto sentire, vedere e percepire nella Giornata del 22 gennaio 2012 presso il Centro Ebraico Il Pitigliani. Cosa non semplice tradurre con parole, sentimenti di un vissuto intenso, straziante e senza senso per chi lo ha subito.
In una sala del Centro gremita di persone, qualcuno aveva trovato posto a sedere, altri erano in piedi. Tutti aspettavano in un sommesso brusio l’inizio; li’ riunite almeno tre generazioni per condividere le memorie attraverso le letture di “pezzi di vita” dei propri cari – nonni, zii, prozii… – che le leggi razziali del 1938 avevano rubato allo scorrere normale delle loro vite quotidiane arrivando poi, con l’acme della follia, alle retate di intere famiglie di ebrei deportate nei campi di concentramento – luoghi di non ritorno – da cui pochissimi scampati, riusciranno a tornare per essere testimoni della memoria.
Esperienze di vita, queste, che hanno sconvolto il mondo familiare di una moltitudine infinita di ebrei; perche’ dire “tanti”, non puo’ dare il significato fino in fondo dell’accaduto.
Nando Tagliacozzo presenta il programma di questo momento intimo con parole semplici, prive di qualsiasi requisitoria e angustia come a voler dire “il passato e’ passato, non serve giudicare”, ma e’ imperativo ricordare i molti che non ci sono piu’, attraverso la memoria.
Saranno una dozzina i brani letti da ragazzi tra i 14 e i 17 anni: parti di diari, poesie, ricordi scritti a volte in modo veloce, per cercare di fermare su un pezzo di carta la realta’ di quei momenti come per dire a se’ stessi e a chi sarebbe venuto dopo, che si siano veramente vissuti.
La lettura fatta dai pronipoti, e’preceduta da tre brani musicali splendidamente interpretati da Frederic Lashkar attore e direttore del teatro francese di Roma, che entusiasmano e commuovono il pubblico.
Si susseguono accompagnati da chitarra e percussioni, Gelem Gelem, inno ufficiale dei Rom; un brano con parole di Charles Aznavour e la struggente Comme Toi di Jean Jacques Goldman di cui riporto una parte tradotta, a memoria di tutti quei bambini, generazioni e affetti mancati, che non hanno potuto vivere abbastanza per diventare grandi: “Amava la sua bambola, amava i suoi amici, soprattutto Jeremy, e si sarebbero sposati un giorno forse a Varsavia… Si chiamava Sarah, lei non aveva che otto anni, la sua vita era dolce, sogno e nuvole bianche, ma altre persone avevano deciso altrimenti…”.
Ogni brano letto, introdotto da una breve presentazione di Nando Tagliacozzo, traduce attraverso le letture fatte dai ragazzi, la realta’ dei loro nonni e dei loro prozii e di quanto hanno lasciato scritto.
Davanti alla platea ognuno di loro diviene testimone di una memoria che non e’ passato ma presente, affinche’ si adempia il ricordo per le generazioni di adesso e il monito per quelle che verranno al fine di creare un mondo libero da soprusi e sopraffazioni, dove nessuno possa essere additato per la propria fede religiosa, politica o intellettuale e dove nessuno possa terminare la propria vita su un binario come quello della Judenrampe, non metafora ma vera rappresentazione di un inganno:
La Judenrampe è un binario morto.
Una banchina sulla quale lascerai
le tue valigie, se le hai.
All’apertura del vagone respirerai,
spererai in un sollievo,
di bere, lavarti, riposarti.
La Judenrampe è una bolgia ordinata:
ognuno verrà strappato ai suoi,
ma lo stupore e l’incredulità ti terranno in fila.
Ancora non lo sai.
Che non li rivedrai più.
La Judenrampe è un inganno, un trucco.
Mentre ti affanni per capire le regole,
evitare i colpi in testa e guardare
dove mandano tua madre,
non potrai intuire che la fila di sinistra,
la più numerosa,
è un imbuto verso le camere a gas.
Quel luogo è una porta sul buio,
è l’inizio della tua fine,
anche se ne uscissi vivo,
il che è improbabil.
(Da Judenrampe Anna Segre e Gloria Pavoncello)
Restano sempre attuali e vivide di significato le parole che ci ha lasciato Settimia Spizzhichino, a testimonianza di quanto accaduto: “Se noi, i superstiti non perpetuiamo e diffondiamo la memoria di quello che e’ successo, a che scopo siamo rimaste vive ? E che accadra quando non ci saremo piu’? Si perdera’ il ricordo di quell’infamia?”.
Il ricordo non si spegnera’, finche’ ci saranno sempre nuove generazioni che continueranno ad attualizzarlo, come e’ accaduto una domenica pomeriggio al Centro Il Pitigliani grazie a dodici ragazzi che ne hanno rinnovato la memoria.
Ora le parole e i pensieri riempiono l’aria rarefatta dal silenzio; dove il silenzio diviene spazio rispettoso per meditare, per pregare ognuno nel proprio intimo, per versare alcune lacrime di commozione: solo per il tramite della memoria si puo’ ricordare e, solo per il tramite delle parole, i sentimenti diventano persone e vita vissuta da non dimenticare!
(Shalom, febbraio 2012)