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Mi affascina il male per le emozioni che può suscitare

in: Cultura | Pubblicato da: Redazione

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Lo spiega in una esclusiva intervista a Shalom, Fay Kellerman la famosa scrittrice americana di gialli ambientati in una comunità ebraica ortodossa. Ha inventato un nuovo genere di narrativa che è diventata best seller. L’ultimo romanzo ‘Kippur’ sarà presentato questa sera al palazzo della Cultura ebraica di Roma

Dopo ‘Bagno Rituale’, ‘Sacro e Profano’ e ‘Miele’, ‘Kippur’ è il quarto episodio della serie che vede come protagonisti la coppia formata dall’agente Peter Decker e dalla sua compagna Rina Lazarus. Questa volta troviamo i due a New York, precisamente a Boro Park, Brooklyn, dove vive una delle più grandi comunità ebraiche al mondo. Durante la festività dello Yom Kippur scompare Noam, un giovane ortodosso appartenente alla nutrita parentela della famiglia di Rina, e trovare i dispersi e i fuggitivi, guarda caso, è proprio la specialità del nostro protagonista.

Ma la faccenda non risulta affatto semplice: Peter non è certo un ortodosso e si muove difficilmente all’interno della fitta rete di legami religiosi e parentali che forma la comunità ebraica di Brooklyn e quando, dopo una serie di inutili tentativi, riesce finalmente a trovare una traccia che porta alla scomparsa del ragazzino, ecco che dovrà confrontarsi con un pazzo psicopatico che non ha niente da perdere.

Sotto la sinossi del romanzo appare subito chiaro quali siano le tematiche che fin dai suoi esordi di scrittrice stanno a cuore alla Kellerman: il complicato rapporto tra pratica religiosa e ortodossia, tra spiritualità e bisogno (impersonato da Decker) di conciliare gli istinti e le passioni con i dettami della religione. Kippur è un invito al viaggio in un mondo ebraico ricco di sfaccettature costruito su tanti piccoli sotto-mondi, micro-sistemi spirituali che convivono non senza ruvidi attriti. Basti pensare ai serrati dialoghi familiari, tra padre e figlio, incentrati sulla diversa interpretazione della Torah o allo stesso Decker che mal sopporta alcune imposizioni rigide dettate dall’osservazione ortodossa. Quello che intriga e lascia incollati alla pagina è il marchio di fabbrica della Kellerman: saper mescolare i riti e le specificità del mondo ebraico avvolgendoli in una trama che non lascia spazio a pause o digressioni.

Shalom ha incontrato la scrittrice e pubblica in esclusiva l’intervista.

Shalom. Il male, il delitto, la cattiveria umana si annidano nelle trame delle sue opere. Perché il male la affascina così tanto? A giudicare dal numero di copie vendute è anche quello che piace ai lettori, o no?

Kellerman. Il male, il desiderio e il piacere di provocare sofferenza e morte a qualcuno sono eccitanti. Non riusciamo a capire perché. Scrivere gialli è un debole tentativo di razionalizzare quello che non capiamo. Quando si scrive un romanzo, si vuole far provare delle emozioni alle persone, non solo scrivere parole su una pagina. La paura ci fa battere il cuore, ci fa sudare freddo e sussultare. Quando leggi un libro vuoi essere dentro quel libro, ed è quello che cerco di far provare ai miei lettori.

Shalom. A questo mondo di malvagità lei contrappone un mondo ebraico ortodosso che in linea generale delinea come una oasi felice, una comunità lontana dalle perversioni e dalle sofferenze rispetto al quale si confronta il protagonista, il detective Peter. Ma è proprio così?

Kellerman. Mi piacciono i contrasti e il conflitto; le basi di ogni buona narrazione. Se non c’è un problema, se non ci sono questioni importanti da affrontare, perché scrivere?

Shalom. All’interno delle storie criminali che lei racconta, vi è anche in primo piano la storia d’amore tra Rina Lazarus, giovane vedova di una piccola comunità ortodossia e il detective, ebreo quasi suo malgrado, Peter Decker della polizia di Los Angeles. Una storia d’amore sofferta e contraddittoria che ha qualche verosimiglianza con storie da lei conosciute? Come è possibile che una ortodossa si innamori di un ebreo completamente assimilato?

Kellerman. E’ possibile innamorarsi di chiunque. Non è affatto difficile da credere. Una volta che superi le differenze, le persone sono persone. La religione, la razza, l’appartenenza etnica sono come le barriere linguistiche. Appena si impara una lingua, le distanze scompaiono. Noi tutti vogliamo le stesse cose: amore, rispetto, un posto nel mondo in cui trovare comprensione. Rina l’ha trovato in Peter. Sicuramente ci saranno dei momenti di scontro nel loro percorso, come in tutte le relazioni. E’ davvero strano non essere almeno una volta in disaccordo con il proprio partner.

Shalom. I crimini che lei racconta gravitano attorno alla comunità ebraica e questo le offre l’occasione per raccontare alcuni stili di vita ebraica, alcune pratiche religiose, anche di carattere privato come ad esempio l’obbligo per le donne del bagno rituale. Come ha reagito la comunità ebraica ortodossa americana a questa inconsueta pubblicità, a questo raccontare riti che sono privati se non addirittura personali?

Kelelrman. Ho scritto decine di libri con questi personaggi. Ho molti lettori, e non tutti ebrei. Non potrei sopravvivere soltanto con i lettori ebrei. Le persone amano i miei libri perché sono divertenti ed emozionanti. Mi piace dare alle mie storie una dimensione aggiunta, la religione è solo un esempio, che faccia sentire ai miei lettori di aver imparato qualcosa. Mi piace scrivere gialli incalzanti, con personaggi in carne e ossa.

Shalom. Non teme che attraverso i suoi libri di grande successo si vada costruendo un’immagine dell’ortodossia ebraica americana solo rivolta alla pratica, molto chiusa in se stessa e poco attenta alla spiritualità e alla comunicazione, alle relazioni con il mondo non ebraico?

Kelelrman. Non cerco di mediare. Scrivo le mie storie al meglio, e se hanno una dimensione spirituale, bene, sono felice. Alle persone piace conoscere mondi diversi, per questo aggiungo elementi di cultura ebraica. E, come dicevo prima, una volta superate le differenze, siamo tutti uguali, fatta eccezione per le persone davvero crudeli che sono i soggetti dei miei libri. Mi spaventano e ogni volta cerco di capire perché.

Shalom. Lei e suo marito siete ebrei praticanti e religiosi, una coppia di successo. Il suo rav cosa vi dice? Cosa significa per lei la parola ‘assimilazione’ e cosa significa per lei il successo?

Kellerman. La nostra sinagoga non ha un rabbino abituale. E anche se ne avessimo uno non avrebbe niente da dire sui miei libri. Mi rivolgo a un rabbino solo per questioni strettamente religiose. Non so cosa si voglia intendere precisamente con “assimilazione”. Noi assimiliamo concetti ogni giorno, soltanto imparare l’uso di diverse applicazioni ci fa assimilare cose nuove. Nessuno può vivere all’interno di una società senza assimilarne le norme.

Shalom. Come riesce a conciliare il successo con il rispetto e la pratica religiosa?

Kellerman. Non è un gran problema. Io faccio molte cose, io sono molte cose. Sono una moglie, una madre, una nonna, una scrittrice, e sono ebrea. Non c’è niente di contraddittorio nell’essere una persona di successo e nell’essere ebrea, o nello scrivere libri e nell’essere ebrea, nel fare qualunque cosa ed essere ebrea. Essere ebrea per me è come dire essere donna. Questo è quello che sono.

Shalom. Che sensazione si prova a sapere che, almeno per ciò che attiene all’ebraismo, dopo la Torà i suoi libri sono quelli più letti e venduti? Che lei è famosa quasi quanto Mosè?

Kellerman. Mosé è in giro da molto più tempo di me, e credo che lo sarà ancora molto dopo che io sarò morta. Mi piace il mio lavoro, e sono brava a farlo, ma siamo seri, ci sarebbe qualcosa di davvero preoccupante in me se io mi paragonassi a Mosé. Mi avrebbero già rinchiuso in un istituto mentale.

A cura di Giacomo Kahn e Nicola Zecchini. Ha collaborato Jacqueline Sermoneta.

(Shalom, maggio 2012)

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