Il primo ostaggio della storia ebraica è Lot figlio del fratello di Avraham che come ci ricordano i versetti di Genesi, 14, 12-16 fu fatto prigioniero durante la guerra dei re nella valle di Siddim.
Quando un fuggiasco informò Avraham della prigionia del nipote e della sua famiglia egli non perse tempo: armò la sua propria famiglia e combattè per la libertà di Lot, recuperando i suoi beni e liberando i suoi parenti.
Non c’è alcun dubbio che per la Torà l’azione armata di Avraham Avinu sia degna di lode e nel capitolo successivo di Bereshit lo stesso Onnipotente gli appare e lo assicura che sarà per lui uno scudo e che la sua ricompensa sarà grandissima.
Le fonti rabbiniche a cominciare da Maimonide, Rambam, affrontano la questione del riscatto dei prigionieri in maniera sistematica e precisa. “Non esiste mitzvà più grande del riscatto dei prigionieri, poichè il prigioniero è nelle condizioni di chi ha fame, sete ed è nudo e si trova quindi in pericolo di vita.”
Così scrive il Rambam nelle Hilchot Mattanot Aniim, 8-10 ed aggiunge che coloro che non si interessano al riscatto del prigioniero non tengono conto dei numerosi richiami della Torà che ci impongono di “non indurire il cuore e chiudere la mano” (Deuteronomio 15,7) di “non rimanere inerme di fronte al sangue del tuo prossimo” (Levitico 19,16), che ci ricordano che “vivrà il tuo fratello con te” (Levitico 25,36) e che il comandamento di “amerai il prossimo tuo come stesso” (Levitico 19, 18) non è uno slogano o un invito ma, semplicemente, un dovere.
La Ghemarà in Bava Batra 8b ci fornisce, attraverso le parole del profeta Geremia, una sorta di percorso di dolore per il quale la prigionia viene considerata peggio della “spada, della morte, della fame perchè la prigionia contiene in sè tutti questi elementi” ed è proprio in nome di queste elementi tragici che troviamo nello Shulchan Aruch, Yorè Deah, 252,3 una espressione molto forte e senza possibilità di appello che afferma che “ogni attimo che si ritarda il riscatto dei prigionieri, lì dove sarebbe possibile attuarlo, è come se si versasse del sangue”. Il ritardo, il dubbio, il prendere tempo rispetto al riscatto di un prigioniero è, per l’halachà, come un omicidio.
Nella Mishnà di Ghittin 4,6 viene introdotto dai nostri Maestri un nuovo concetto: “Non si riscattano i prigionieri se non per il loro valore reale in nome del rispetto del Tikkun HaOlam.” Troviamo per la prima volta citato il concetto del Tikkun HaOlam, dell’impegno per riparare il mondo, per renderlo un luogo di vita migliore, per renderlo un luogo con armonia e rispetto sociale.
E’ però nella Ghemarà di Ghittin che questo concetto viene ampliato e messo in relazione con le conseguenze sociali e morali alle quali fa riferimento. Rashi commentando un punto del Talmud Bavlì 45a fa notare come non si possa far impoverire una comunità imponendo loro di pagare un riscatto astronomico così come non si deve mettere lo stesso pubblico a rischio di prigionia. Questo ultimo concetto è stato ripreso dallo stesso Rambam che in Hilchot Mattanot Aniim 8, 12 ammonisce come non si debba “riscattare i prigionieri più del loro valore in nome del Tikkun HaOlam, affinchè i nemici non li cerchino per imprigionarli.” Il Meiri, commentando sempre Ghittin, afferma che “non si riscattano i prigionieri più del loro valore, e non per non creare pressioni sul pubblico, bensì per non incrementare il loro valore e far esigere più del loro valore stesso. Per questo motivo persino per la propria libertà o per quella dei propri parenti non è permesso pagare più del loro valore reale…”.
Sempre in Ghittin 58a viene però ammesso che in caso di pericolo di vita si possono riscattare i prigionieri più del loro valore. Sappiamo però attraverso le parole di Rabbi Shelomò Luria che il Maran di Rottemburg (Rabbi Meir ben Baruch 1215-1293), fatto prigioniero dal signore locale, vietò alla comunità il pagamento del riscatto richiesto perchè non voleva che si riscattassero i prigionieri più del loro valore. Giustamente il rabbi Luria si chiede come mai la comunità non si fosse ribellata a questa decisione dato il valore morale, ebraico, culturale, spirituale di un uomo come il Maran di Rottemburg e se non fosse quindi giusto ricattarlo con tutto il denaro del mondo, ma il Maran di Rottemburg chiaramente pensava alle conseguenze del suo riscatto che avrebbe certamente reso appetibile l’idea di rapire i Maestri ebrei per guadagnare denaro e che alla fine di questo gioco pericoloso non sarebbe bastato il denaro di tutta la Diaspora per liberarli creando anche un danno morale ad Israele che si sarebbe trovata priva delle proprie guide.
In termini moderni la questione è stata affrontata dal Rav Shaul Israeli z”l che tra i primi sostiene l’idea di un legame di responsabilità tra i soldati che sono in guerra per nome e conto dello Stato e dei suoi cittadini e lo stesso Stato che ha un impegno nei loro confronti proprio perchè sono servitori della protezione del popolo di Sion. Lo Stato per Rav Israeli ha il dovere di mettere in pratica ogni sforzo per proteggere i suoi soldati e per riscattarli qualora cadano prigionieri. Interessante è notare che se da un lato Rav Israeli sottolinea che qualsiasi azione non deve mettere in pericolo la sicurezza generale dello Stato stesso, dall’altro lato però suggerisce l’idea che lo Stato agisce in caso di prigionia come uno dei soldati che va a liberare un altro compagno e che quindi è come se essi, i soldati, si riscattassero da soli in nome del servizio che offrono all’intera società ed in questo non esiste nessun limite al valore del riscatto stesso.
Rav Yaakov Kemenetzki non appoggia questo ragionamento in termini di relazione di guerra con il nemico e di responsabilità nei confronti delle sorti della guerra stessa e della società che si trova, purtroppo, a vivere lo stato bellico. Dice infatti Rav Kamenetzki che “in tempo di guerra non siamo obbligati a fermare i combattimenti per riscattare i prigionieri con somme di denaro, perchè in questo modo aiuteremmo il nemico durante la stessa guerra con il dono di grandi quantità di denaro e meglio non potremo rinforzarlo durante una guerra!”
Da un lato, per il Rav Israeli, esiste un legame morale, un patto non scritto fra lo Stato e le madri che mandano i loro figli al servizio di quest’ultimo in nome della sicurezza che tutto verrebbe fatto affinchè “i tuoi figli tornino entro i loro confini”, frase presa dal profeta Geremia per la promessa fatta da Dio stesso a nostra madre Rachele che piangendo ci ha visto uscire in Diaspora. D’altro canto le affermazioni tecniche ed halachiche del rav Kamenetzki rispetto alla guerra, al nemico e la sua presenza e la sua forza che certo non può essere sostenuta ed aiutata da noi in nome della responsabilità e della sicurezza di tutti i figli dello Stato, anche quelli che nostra madre Rachele non ha visto, grazie al Cielo, uscire in prigionia.