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Il Museo della Shoà di Washington un ulteriore spunto di riflessione

in: Ebraismo, Foto gallery | Pubblicato da: Daniele Toscano

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Propone il ricordo della tragedia del popolo ebraico, senza dimenticare anche altri genocidi

Tra i numerosi musei di Washington DC, lo “United States Holocaust Memorial Museum” è quello che forse più degli altri cerca di coinvolgere emotivamente il visitatore. Si tratta di una caratteristica inevitabile viste le tematiche trattate, ma anche di un risultato voluto attraverso molteplici strumenti.

Non a caso, l’architetto che varò il progetto, James Ingo Freed, scelse di inserirvi quanto interiorizzato nei suoi viaggi nei ghetti e nei campi di concentramento.

Vi sono così riferimenti che stimolano una maggiore sensibilità. Simboli di ogni genere rientrano in questa impostazione: archi di mattoni che evocano gli ingressi dei lager; barriere e passerelle che ricordano i percorsi verso le separazioni; i soffitti bassi e opprimenti; l’audio delle parate naziste, che va ad arricchire la percezione sensoriale della realtà comunicata.

Il museo si sviluppa su quattro piani attraverso i quali si svolge una ricostruzione degli eventi secondo un ordine cronologico. Si parte con l’ascesa del nazismo (1933-39) e le crescenti difficoltà degli Ebrei in Europa, di cui vengono ricostruiti gli stili di vita e spesso la prosperità; si esalta soprattutto la realtà dello Shtetl, rappresentato con le immagini di Eishysok, vicino Vilnius, che fu vittima di un violento massacro nel 1941. Non manca l’esposizione di oggetti religiosi, come una Mezuzah o una Haggadah di Pesach (casualmente aperta alla pagina di Shulchan Orech).

Segue la descrizione della “Soluzione finale”: vi sono testimonianze del Ghetto di Varsavia (di cui è presente anche una parte del muro), ma a colpire maggiormente sono le aree che ricordano i campi di sterminio; sono mostrati gli oggetti dei deportati (rasoi, portaocchiali, chiavi, tazze, bottiglie, posate, spazzole, talled) prima di addentrarsi nella zona che più rende l’idea del lager: è possibile ascoltare dagli altoparlanti i racconti dei sopravvissuti e leggerne le trascrizioni; si attraversa una delle baracche di Auschwitz-Birkenau; si passa vicino alla montagna di scarpe sottratte ai deportati, di cui vista e odore lasciano un segno profondo nel visitatore.

La terza sezione riporta il collasso tedesco per quanto riguarda l’aspetto storico, ma soprattutto fornisce un significativo approfondimento su quello che viene definito “the courage to rescue”, il coraggio di salvare: vengono citate molteplici storie di giusti, da quella di Le Chambon-sur-Lignon, un villaggio protestante nel Sud della Francia, dove furono salvati circa 5 mila Ebrei, alla vicenda di Raoul Wallenbeg, diplomatico svedese in missione in Ungheria, dove si adoperò alacremente e con successo per consentire a decine di migliaia di persone di evitare la deportazione; naturalmente non vengono trascurate altre imprese, come quelle di Giorgio Perlasca o di Dimitar Pesev in Bulgaria. I due filoni, quello della ricostruzione storica e quello del tributo ai giusti, culminano laddove sono esposti immagini e filmati relativi ai momenti della liberazione dei campi. Dopo un riferimento alla nascita dello Stato di Israele, si giunge nella “Hall of Remembrance”, luogo solenne, destinato alla riflessione ed alla contemplazione, ma anch’esso carico si simboli (come i sei lati da cui è composta che rappresentano i 6 milioni di Ebrei).

La conclusione della visita pone qualche interrogativo: partendo dallo slogan “dalla memoria all’azione” si espongono i “nuovi genocidi”, narrando quanto accaduto in Ruanda, Bosnia, Darfur. Si rischia di sminuire la Shoà o si realizza un efficace metodo per permettere a chiunque visiti il museo (spesso turisti, i quali potrebbero conoscere meglio queste recenti vicende) di percepire appieno la tragedia avvenuta al popolo ebraico nella Seconda Guerra Mondiale? Il dibattito sul concetto del genocidio ha un’ampia storiografia ed è ad oggi all’ordine del giorno: il Museo della Shoà di Washington propone un ulteriore spunto di riflessione.

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