A Roma due eventi per parlarne, in occasione della presentazione del libro “Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo”, di Donatella Di Cesare.
Già si alza il polverone, già si sollevano artificiose polemiche attorno al libro – in uscita in questi giorni – scritto da Donatella Di Cesare sul problema, attualissimo, del negazionismo della storia della Shoà: “Se Auschwitz è nulla” (Il Melangolo, Genova 2012).
Un libro che verrà presentato a Roma in due eventi, organizzati dal Benè Berith: il 24 gennaio alle 20.30 presso la Camera dei Deputati, Aula dei Gruppi parlamentari (Ingresso da Via di Campo Marzio, 78 con accredito obbligatorio); e il 26 gennaio alle ore 16.00, presso l’Università La Sapienza, nella sede di Villa Mirafiori in Via Carlo Fea 2 (ingresso libero).
Tutti d’accordo, è talmente palese che non si può fare finta di nulla: esistono frange della società, anche italiana, che negano la Shoà e lo stermino del popolo ebraico. I negazionisti rientrano in diverse categorie: ci sono i neo nazisti che vorrebbero riprodurre il progetto politico del Terzo Reich; ci sono ambienti islamici che del negazionismo ne fanno uno strumento di delegittimazione politica dello Stato di Israele; vi sono anche una serie di ‘professori’ e ‘intellettuali’ che celano il loro antisemitismo con l’accusa rivolta agli ebrei di trarre benefici dalla ‘menzogna’ della Shoà e che invocano artificiosi diritti alla ricerca storica.
Come comportarsi davanti a chi dice che le camere a gas non sono mai esistite? O a chi ammette che i morti vi furono, ma non come vittime di una politica di sterminio, ma solo per stenti e fame?
E’ evidente che una risposta viene dal potenziare il lavoro nelle scuole e più in generale in un lavoro educativo ed informativo, sia attraverso la visita ai luoghi della Shoà e ai costruendi Musei, sia attraverso lo studio della documentazione e soprattutto la lettura e l’ascolto delle testimonianze dirette dei sopravvissuti.
Ma quando i pochi sopravvissuti non ci saranno più cosa succederà? I negazionisti si sentiranno più forti? Memoria e menzogna saranno poste sullo stesso piano? In nome della libertà di opinione, la falsità storica avrà lo stesso identico diritto di parola di chi vorrà ricordare?
Quando in Italia non vi saranno più Shlomo Venezia (uno dei pochissimi sopravvissuti dei Sonderkommando), Edith Bruck, Sami Modiano, Piero Terracina, Andra e Tatiana Bucci, Giuseppe Di Porto, Mario Limentani, Alberto Sed, Donato Di Veroli, Alberto Mieli, Giuseppe Varon, Enrica Zarfati, Lello Di Segni, chi parlerà al loro posto?
E’ questo il vero crinale lungo il quale si misureranno nei prossimi anni le società europee, anche nei loro rapporti con il mondo ebraico. Una parte di questo mondo ebraico chiede sempre più accoratamente di studiare, di valutare e quindi di introdurre forme di garanzia e di tutela della memoria della più grande tragedia del XX Secolo. Se questo vuol dire introdurre anche in Italia – come già avviene in molti Paesi dell’Europa – una legge che punisca i negazionisti, se ne discuta liberamente, senza paure, senza timori. Si troveranno forme e modi per compensare e garantire due diritti, entrambi fondamentali: il diritto alla libertà di opinione e il diritto a non sentirsi diffamati, a non vedere diffamato il proprio dolore e offesa la Storia.
L’obiettivo non è certamente punire chi per strada o in un bar o in una discussione se la prende con gli ebrei, ma chi sfruttando la sua posizione di docente, chi da posizioni di potere, chi da ruoli pubblici, chi attraverso i mezzi di comunicazione diffama la Memoria.
Dovrebbe quindi essere chiaro a tutti che negare la Shoà non è un ‘reato’ che offende solo gli ebrei. Negare o minimizzare la politica di sterminio di massa, attuata dai nazisti anche contro i sinti, gli zingari, gli omosessuali, i portatori di handicap, gli oppositori politici e i prigionieri di guerra, dovrebbe offendere ed allarmare l’intera umanità.