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Il commento della settimana, la parashà di Bo: Non si diventa liberi stando passivi

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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L’uscita dall’Egitto ebbe luogo circa 3500 anni fa all’alba del 15 del mese primaverile di Nissàn, dopo una notte di luna piena.

I preparativi erano iniziati già dal primo giorno del mese quando il Signore aveva detto a Moshè (Mosè) e ad Aharon (Aronne): “Questo mese sarà per voi il primo mese dell’anno” (ShemòtEsodo, 12:2).

Nel trattato talmudico di Rosh Hashanà (capo d’anno) è scritto: “Il primo giorno di Nissàn è il capodanno per i Re e per le festività”. Se un Re è salito al trono anche solo pochi giorni prima della fine del mese precedente, con l’inizio del mese di Nissàn inizia il secondo anno di regno.

I figli d’Israele ricevettero l’ordine divino di preparare nel decimo giorno del mese un animale da sacrificare alla vigilia dell’uscita dall’Egitto. L’animale doveva essere un agnello o un capretto senza difetti e nel primo anno di vita. Nella Torà è scritto: “E lo terrete da parte fino al quattordici di questo mese e tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo sacrificherà nel pomeriggio” (Ibid., 12:6).

Nel Midràsh Mekhiltà a questa parashà, viene posta la domanda per quale motivo fu necessario tenere da parte l’animale destinato al sacrificio per ben quattro giorni.

Una prima risposta la si impara dalle parole di R. Mattià ben (figlio di) Charàsh, che fu capo dell’accademia talmudica a Roma durante il regno degli Antonini, possibilmente tra gli anni 135 e 170 E.V. R. Mattià cita un passo del profeta Yechezqèl (Ezechiele) dove è scritto (16:8): “Io ti passai vicino e ti guardai, ed ecco, il tuo tempo era il tempo dell’amore” (una figura poetica per indicare l’amore del Creatore per il popolo d’Israele). R. Mattià aggiunse: è arrivato il momento di mantenere il giuramento che il Signore aveva fatto ad Avraham (Abramo) di liberare i suoi discendenti. Per far sì che meritassero di essere liberati, il Santo Benedetto diede loro l’ordine di osservare due mitzwòt (precetti): quella del sangue del sacrificio pasquale e quella del sangue della circoncisione (prima di uscire dall’Egitto tutti i maschi d’Israele si circoncisero). D’altra parte, un altro maestro della MishnàR. El’azàr il Kapar osserva che i figli d’Israele avevano già quattro mitzwòt a loro merito: 1. Non vennero sospettati di comportamento sessuale licenzioso, 2. Non fecero maldicenza, 3. Non cambiarono i loro nomi, 4. Non cambiarono la loro lingua.

R. Mordechai Hakohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) spiega che le mitzwòt elencate da R. El’azàr non erano sufficienti perché non si riceve ricompensa nel rimanere passivi, solo senza compiere trasgressioni. Citando il Midràsh Yalqùt Shim’onì, R. Mordechai spiega che i quattro giorni di anticipo erano necessari affinché gli israeliti potessero fare vedere agli egiziani che, avendo fiducia nell’Eterno, non avevano alcun timore di loro e che avevano preso degli animali, loro divinità, per sacrificarli, facendo anche la dimostrazione pubblica di spargere il sangue dell’animale sull’architrave e sui due stipiti.

R. Mattià’ ben Charàsh ci insegna che la libertà fu conquistata con l’azione, osservando proprio due mitzwòt che dimostravano che gli israeliti avevano abbracciato il monoteismo e rigettato pubblicamente l’idolatria.

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