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Parashà di Bechukkotày: Parnassà facile o parnassà difficile?

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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La parashà di Bechukkotày è l’ultima del libro di Vaykrà. In questa parashà vi è tutta una serie di benedizioni promesse ad Israele se seguiranno i comandamenti dell’Eterno e una serie più lunga di maledizioni se faranno il contrario. Le benedizioni iniziano con queste parole: “Se seguirete i miei decreti e osserverete i miei comandi e li metterete in pratica, vi darò le piogge alla loro stagione, la terra darà prodotti e gli alberi della campagna daranno frutti. La trebbiatura durerà per voi fino alla vendemmia e la vendemmia durerà fino alla semina; avrete cibo a sazietà e abiterete tranquilli nel vostro paese. E darò  pace nel paese…” (26:3-6).  Le benedizioni coprono undici versetti, dal terzo al decimo, mentre per le maledizioni ve ne sono trenta, dal quattordicesimo al quarantatreesimo.

R. Avrahàm Ibn ‘Ezra (Spagna, 1089-1167) spiega che questo non significa che vi siano più maledizioni che benedizioni. Per le benedizioni vi sono solo undici versetti perché sono date in generale; mentre le maledizioni vengono date in dettaglio allo scopo di convincere il popolo d’Israele ad obbedire la volontà divina.

Nel trattato talmudico di Meghillà (31b) R. Shim’on ben El’azar insegnò che ‘Ezra, il grande maestro che ricostruì la presenza ebraica in Eretz Israel dopo l’esilio babilonese, stabilì il ciclo della lettura della Torà in modo che la parashà di Bechukkotày venisse letta prima della festa di Shavu’òt e la parashà di Ki Tavò prima di Rosh Ha-Shanà. In questo modo le maledizioni contenute in entrambe le parashòt sarebbero state lette prima delle fine dell’anno cosicché “termini l’anno e le sue maledizioni”. 

Ora, sappiamo che a Rosh Ha-Shanà termina un anno e ne inizia uno nuovo, ma perché i maestri parlano della la festa di Shavu’òt come un altro capodanno? La loro risposta è che anche Shavu’òt è un capodanno, come insegnato nel trattato Rosh Ha-Shanà (16a) dove è scritto: “In quattro stagioni dell’anno il mondo viene giudicato: a Pèsach per il raccolto del grano; a Shavu’òt per la frutta degli alberi; a Rosh Ha-Shanà tutti gli esseri umani passano davanti a Lui come pecore […] e a Sukkòt sono giudicati per l’acqua piovana”. 

R. Avigdor Burstein (1947-) di Gerusalemme chiede per quale motivo il fatto che di Shavu’òt si venga giudicati per la frutta degli alberi dia a questa giorno di festa lo stato di capodanno così che “termini l’anno e le sue maledizioni”. È possibile che il contenuto di zucchero delle susine e la succosità dell’uva faccia della festa di Shavu’òt in un giorno del giudizio? Egli cita il rebbe chassidico R. Tzadok Hakohen Rabinowitz di Lublino (1823-1900) il quale spiega che i frutti dell’albero e il raccolto del grano rappresentano due diversi mezzi di sussistenza. L’albero rappresenta la sussistenza facile. Dopo che si è seminato e l’albero è cresciuto, è sufficiente irrigare il terreno e dargli un po’ di concime. Ed ogni anno l’albero da’ una ricchezza di frutti. Diversamente dall’albero, il raccolto del grano richiede molto più lavoro: bisogna rimuovere le pietre dal campo, arare, seminare e concimare. E quando i chicchi di grano sono maturi bisogna tagliare il grano e separare i chicchi dalla paglia; e poi macinare il grano e farne farina. E dalla farina, impastare e mettere il prodotto nel forno. Queste faticose operazioni ricorrono di anno in anno. Quando Adamo fu cacciato dal giardino del ‘Eden per non aver obbedito all’unica mitzvà che gli era stata data, l’Eterno disse che “avrebbe mangiato il pane con il sudore della sua fronte” (lett., del suo naso). Tuttavia i suoi discendenti avrebbero ancora potuto ricevere la loro sussistenza con facilità come per i frutti dell’albero. A Shavu’òt non veniamo quindi giudicati sulla succosità dei frutti ma veniamo giudicati riguardo al tipo di sussistenza, facile o faticoso. Questo è il significato di Shavu’òt come capodanno e giorno del giudizio. E per questo motivo ‘Ezra stabili che le maledizioni della parashà di Bechukkotày venissero lette prima di Shavu’òt così che “terminasse l’anno e le sue maledizioni”.

Di Donato Grosser

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