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Parashà di Behaalotekhà: Per fare del bene bisogna affrettarsi

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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La prima festa di Pèsach, come quella che festeggiamo ogni anno con matzà (azzima) e maròr
(erba amara), ebbe luogo nell’anniversario dell’uscita dall’Egitto come è scritto: “L’Eterno
parlò a Moshè nel deserto del Sinai nel primo mese del secondo anno dalla loro uscita
dall’Egitto dicendo: facciano i figli d’Israele il [sacrificio di] Pèsach al tempo stabilito. Il tempo
stabilito per la sua preparazione sarà il quattordicesimo giorno di questo mese nel
pomeriggio. Lo dovranno preparare in modo conforme ai suoi statuti e alle sue prescrizioni”
(Bemidbàr, 9:1-3).
Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che questa fu la prima volta nella quale il
sacrificio di Pèsach fu portato sul mizbèach e gli israeliti osservarono sette giorni nei quali
mangiarono solo matzòt. In questa occasione la Torà racconta che “Vi fu, che degli uomini
erano venuti a contatto con un morto, ed essendo affetti da impurità non potevano
preparare l’offerta del Pèsach in quel giorno. Durante il giorno si rivolsero a Moshè e ad
Aharòn […] e dissero […] perché dobbiamo perdere questa occasione e non possiamo
presentare l’offerta all’Eterno al tempo stabilito insieme con gli altri israeliti? Moshè disse
loro: aspettate e sentirò quali ordini darà l’Eterno riguardo al vostro caso ”(ibid., 6-8).
L’Eterno rispose che in questi casi coloro che non potevano offrire il sacrificio di Pèsach nel
quattordicesimo giorno del primo mese (di Nissàn) avrebbero potuto portarlo nel
quattordicesimo giorno del secondo mese (di Yar).
R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) in Panìm la-Torà commenta che nella
Torà è scritto “vi fu” al singolare per accennare al fatto che quando la maggioranza del
popolo è affetto da impurità si può portare ugualmente il sacrificio di Pèsach. Solo quando
l’impurità è di alcuni singoli, essi devono portare il sacrificio un mese dopo a Pèsach Shenì.
R. Aharon Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Kèshet Aharòn cita R. Joseph Dov
Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) che disse che quando vi furono degli israeliti che
erano in pena ed erano imbarazzati per non poter fare Pèsach insieme con gli altri, Moshè
non perse tempo e si rivolse immediatamente all’Eterno per poter trovare una soluzione.
Una situazione simile avvenne quando le figlie di Tzelofchàd chiesero di poter avere in
eredità la porzione della terra d’Israele destinata al defunto padre che non aveva avuto figli
maschi. Anche in quel caso, di fronte a delle giovani angustiate, Moshè si rivolse
immediatamente all’Eterno (Bemidbàr, 27:5). Al contrario, nei casi in cui era necessario
sapere quale pena dare a un israelita che aveva commesso una trasgressione, Moshè non
ebbe alcuna fretta nel chiedere cosa fare. Per fare del bene bisogna affrettarsi; in altri casi
c’è sempre tempo.
In questa occasione riguardo al normale sacrificio di Pèsach la Torà insegna che
“Quando abiterà tra di voi un proselita e farà il sacrifico di Pèsach all’Eterno, lo farà secondo
le stesse regole e le stesse leggi [perché] per voi vi è una sola stessa legge per il cittadino e
per il proselita” (Bemidbàr, 9:14). Perché questo insegnamento era necessario?
R. Mordekhai Hakohen di Aleppo (1523-1598) commenta che era necessario insegnare
che era proibito dire a un proselita che il sacrificio di Pèsach era in ricordo dell’uscita
dall’Egitto e loro, i proseliti, non erano usciti dall’Egitto. Per questo è scritto “per voi e per il
proselita” perché “non sapete se l’anima di questo proselita era un’anima israelita che si era
dispersa e che tornava”.

R. Chayim ben ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) in Or Ha-Chayìm offre una
spiegazione analoga. Se qualcuno pensasse erroneamente che un proselita non deva portare
il sacrificio di Pèsach perché né lui né i suoi antenati erano in Egitto, la Torà viene a insegnare
che anche il proselita che era uscito dall’Egitto deve portare il sacrificio di Pèsach come tutti
gli altri. Questo perchè anche se questo proselita si è aggregato di recente, l’uscita dall’Egitto
è avvenuta anche per l’anima del proselita perché la radice della kedushà è unica.

Donato Grosser

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