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Parashà di Behàr Sinai-Bechukkotai: Sulla proibizione di defraudare il prossimo

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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Nella parashà di Behàr Sinai la Torà ci comanda di comportarci con onestà nei rapporti di commercio
con queste parole: “Quando venderete al vostro prossimo o comprerete dal vostro prossimo, nessuno
commetta frode (onaà) nei confronti del suo fratello (Vaykrà, 25:14).
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà, cita un
insegnamento nel Talmud Babilonese (Bavà Metzià’, 60a) dove i Maestri affermano che non è
permesso al venditore prendere del grano di qualità inferiore che si trova in cima al cesto e mischiarlo
con il grano di qualità superiore che è nel fondo perché si tratta di una pratica evidentemente
ingannevole. Egli aggiunge che per lo stesso motivo la Torà ammonisce il compratore di non
approfittare dell’ignoranza del venditore riguardo al valore della merce che vende.
Mentre alcune pratiche commerciali sono chiaramente fraudolente, non è evidente cosa
costituisca frode quando, per esempio, il venditore vende della merce a un prezzo superiore al prezzo
di mercato.
R. Eli’ezer di Metz (m. 1175) uno dei tosafisti francesi, scrive nel Sèfer Yereìm (Simàn 259) che la
Torà non ha specificato quale sia una pratica fraudolenta. Sono stati i Maestri che hanno specificato
che frode nelle vendite dipende da quello che le persone considerano pratica disonesta.
R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà
riassume le regole relative alle frodi contenute nel Talmud. La proibizione della Torà si riferisce ad
ogni tipo di frode, per qualunque ammontare e qualunque tipo di merce (Shulchàn ‘Arùkh, C.M.,
227:6). Per quanto riguarda la validità di una transazione, nel caso sia stata perpetrata una frode, la
halakhà (la regola) varia a seconda della natura della merce e della transazione. Una frode che
dipende dal tipo della merce risulta in ogni caso nella invalidità della transazione. La parte lesa ha il
diritto di chiedere la cancellazione della transazione o per lo meno di farsi compensare per il danno
subito.
Nella trattato Bavà Batrà (capitolo 5, mishnà 6) vi sono degli esempi di situazioni nelle quali è
avvenuta frode nel tipo della merce per cui, a seconda dei casi, quando è stato fatto un atto
d’acquisto, il compratore o il venditore hanno il diritto di ritrattare: “Ci sono quattro regole nelle
vendite: se una persona ha venduto del grano come grano di qualità superiore ed è stato appurato
che il grano era di qualità inferiore, il compratore ha il diritto di ritrattare. Se è stato venduto come
grano di qualità inferiore ed è stato appurato che era di qualità superiore, il venditore ha il diritto di
ritrattare. Se invece il grano è stato venduto come grano di qualità inferiore ed è stato appurato che
era di qualità inferiore, oppure se è stato venduto come grano di qualità superiore ed è stato
appurato che era di qualità superiore, nessuno dei due può ritrattare.
Nel caso di sovrapprezzo o, al contrario, di pagamento inferiore al valore di mercato della
merce, i Maestri avevano stipulato che se la differenza era superiore a un sesto del valore della
merce, la vendita non era valida; se invece era inferiore al prezzo di mercato della merce la
transazione era valida, perché si trattava di una differenza limitata (Bavà Metzià’, 50b). Queste regole
valevano dove le derrate alimentari e altre merci avevano un prezzo di mercato fisso e riguardavano
solo i beni mobili e non i beni immobili.
R. Menachem Recanati (Recanati, 1223-1290) in una delle sue decisioni di halakhà (Piskè
Recanati, 384) afferma che queste regole valgono nelle transazioni tra commercianti. Non valgono
quando il veditore è un privato che può vendere a prezzo superiore (perché si distacca malvolentieri
dalle proprie cose) e in questi casi l’acquirente accetta di pagare quanto richiesto.
Qual è la regola quando un antiquario acquista degli oggetti antichi da un privato? In questi casi
trattandosi di oggetti di una certa rarità non vi sono prezzi di mercato.

R. Zelik Epstein (Slonim, 1912-2009, New York) al quale venne posto il quesito rispose che non
esistendo un prezzo di mercato, l’antiquario può offrire il pagare quello che ritiene opportuno, purchè
informi il venditore privato che si tratta di un oggetto antico (che lui potrebbe vendere a un prezzo
ben superiore).

 

Donato Grosser

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