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Parashà di ‘Ekev: L’idolatria moderna

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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La seconda porzione dello Shemà‘ appare alla fine di questa parashà ed inizia con questa parole: “Se voi ubbidirete ai miei comandamenti, che vi comando oggi, amando l’Eterno vostro Dio e servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, [l’Eterno ha fatto questa promessa]: darò al vostro paese la sua pioggia al suo tempo, la pioggia autunnale e primaverile, e raccoglierete in abbondanza frumento, mosto e olio. Farò crescere foraggio nei vostri campi per il vostro bestiame e mangerete e sarete sazi. Guardate bene però che il vostro cuore non venga sedotto (iftè levavhkèm), e vi sviate servendo e prostrandovi a dei stranieri…” (Devarìm, 11:13-16).   

Rashì (Francia, 10040-1105) nel suo commento scrive: Poiché mangerete e sarete soddisfatti, guardatevi di non ribellarvi perché non ci si ribella al Santo Benedetto altro che quando si è sazi, come è scritto: “Affinché mangiando e saziandoti […] e aumentando il tuo bestiame”[…] il tuo cuore si insuperbirà e dimenticherai l’Eterno tuo Dio […]”, vi svierete e vi separerete dalla Torà e il risultato sarà che servirete divinità straniere, perché quando ci si separa dalla Torà ci si associa all’idolatria.

R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin (Belarus, 1816-1893, Polonia) nel suo commento Ha’amèk Davàr scrive che la parola “Iftè” viene dall’espressione usata nella benedizione a Yèfet figlio di Nòach (Noè) dove è scritto: “Yaft E-lohim le Yèfet…” che significa “Harchavat ha-Lev” (lett. “Allargamento del cuore”) che fa sì che una persona non si preoccupi delle punizioni. Da qui ci si svia dalla strada della Torà fino ad arrivare alle trasgressioni più gravi di servire divinità straniere. Questo avviene perché l’istinto naturale (yètzer harà’) fa si che una trasgressione ne porti un’altra. E per quanto l’istinto di servire gli idoli si sia estinto fin dal tempo del secondo Bet Ha-Mikdàsh, ossia oltre duemila trecento anni fa, oggi esistono apikorsùt (epicureismo, eresia) e hefkerùt (anarchia, disprezzo delle leggi).

Questo concetto viene elaborato da rav Joseph Beer Soloveichik (Belarus, 1903-1993, Boston) che in Mesoras Harav (Devarìm, 2018, p.96) scrive: “Sappiamo che l’ebraismo odia il paganesimo, l’universo politeistico popolato da una varietà di dei e semidei. E quante volte la Torà mette in guardia Israele dal venale peccato dell’idolatria! Leggendo la Torà qualcuno potrebbe ingenuamente affermare che tutto ciò era pertinente migliaia di anni fa quando l’umanità si muoveva nell‘orbita del politeismo, quando il culto del divino era sinonimo dei riti osceni del politeismo. Ai nostri giorni invece quando la religione civilizzata è monoteistica e sia cristianesimo che islamismo fondamentalmente accettano il messaggio del monoteismo portato dagli ebrei, tutta la questione del monoteismo nei confronti del politeismo ha perso significato. Chi sono gli idolatri che vivono tra di noi? La lotta implacabile nella quale Moshè e i nostri profeti di impegnarono nei millenni passati è un anacronismo. Ora la gente crede in un Dio o non crede in nulla, e trova invece  gioia nell’agnosticismo o nelle dottrine ateistiche. Chi oggi professa fede in una moltitudine di divinità? […]. In effetti noi preghiamo ancora Dio e Lo imploriamo di eliminare l’idolatria dalla faccia della terra […].  Chi è quindi l’idolo perenne che l’uomo serve, la divinità che l’uomo adora, il dio al quale l’uomo si è consacrato senza riserve? Il peggiore, il più ripugnante e minaccioso culto idolatrico è la deificazione e l’assolutizzazione dell’uomo. L’uomo può essere grande; ma se si dimentica anche per un solo momento che è anche molto piccolo, commettiamo il peccato d’idolatria […]. L’assolutizzazione del valore dell’uomo, la deificazione delle sua capacità e delle sue realizzazioni, l’idealizzazione della sua natura, sono equivalenti alla più barbara forma di idolatria. Il mondo verrà riabilitato e redento solo quando l’uomo […] guarderà se stesso non solo con ammirazione ma anche con diffidenza.

Di Donato Grosser

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