1542326400<=1347580800
1542326400<=1348185600
1542326400<=1348790400
1542326400<=1349395200
1542326400<=1350000000
1542326400<=1350604800
1542326400<=1351209600
1542326400<=1351814400
1542326400<=1352419200
1542326400<=1353024000
1542326400<=1353628800
1542326400<=1354233600
1542326400<=1354838400
1542326400<=1355443200
1542326400<=1356048000
1542326400<=1356652800
1542326400<=1357257600
1542326400<=1357862400
1542326400<=1358467200
1542326400<=1359072000
1542326400<=1359676800
1542326400<=1360281600
1542326400<=1360886400
1542326400<=1361491200
1542326400<=1362096000
1542326400<=1362700800
1542326400<=1363305600
1542326400<=1363910400
1542326400<=1364515200
1542326400<=1365120000
1542326400<=1365724800
1542326400<=1303171200
1542326400<=1366934400
1542326400<=1367539200
1542326400<=1368144000
1542326400<=1368748800
1542326400<=1369353600
1542326400<=1369958400
1542326400<=1370563200
1542326400<=1371168000
1542326400<=1371772800
1542326400<=1372377600
1542326400<=1372982400
1542326400<=1373587200
1542326400<=1374192000
1542326400<=1374796800
1542326400<=1375401600
1542326400<=1376006400
1542326400<=1376611200
1542326400<=1377216000
1542326400<=1377820800
1542326400<=1378425600

Parashà di Koràch: Hillèl e Shammài

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Kòrach era figlio di Yizhàr e nipote di Kehàt. Moshè e Aharon
erano figli di ‘Amràm e nipoti di Kehàt. Moshè e Kehàt erano
quindi cugini. In questa parashà è raccontato che la ribellione era
nata per via di un dissidio famigliare.
Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive:
“Perché Kòrach decise di ribellarsi a Moshè?” Kòrach era invidioso
del fatto che a capo del clan del nonno Kehàt fosse stato
nominato suo cugino Elitzafàn figlio di ‘Uzièl e anche lui nipote di
Kehàt. Kòrach era amareggiato. Il nonno Kehàt aveva quattro
figli: il primogenito era ‘Amràm e i suoi figli Moshè ed Aharon
erano diventati rispettivamente Re e Kohen Gadol; il
secondogenito era Yizhàr, il terzo Chevròn e il quarto ‘Uzièl.
Kòrach riteneva che in quanto figlio del secondogenito di Kehàt
era lui che avrebbe dovuto essere nominato a capo della famiglia.
La rivolta finì in un disastro per Kòrach e per i suoi seguaci:
alcuni furono divorati dalla terra, altri morirono bruciati. In tutte
gli altri episodi nei quali gli israeliti commisero dei peccati, come
nel caso del vitello d’oro, Moshè si diede da fare per far sì che
fossero perdonati. In questo caso invece Moshè chiese all’Eterno:
“Non accettare la loro offerta. Io non ho mai preso l’asino di
nessuno di loro, né ho mai fatto male ad alcuni di essi” (Bemidbàr,
16:15).
R. Moshè Alshich (Adrianopoli, 1508-1593, Safed)
commenta che questo comportamento di Moshè viene spiegato
dalla necessità di impedire che la ribellione si propagasse. Moshè
aveva nominato Elitzafàn su ordine divino e la ribellione di Kòrach
era di fatto un rifiuto di accettare i comandamenti dell’Eterno.
Gli incensieri di rame dei ribelli furono poi usati come
rivestimento del mizbèach (altare) per essere da “Ricordo per i
figli d’Israele affinché un estraneo che non è discendente di
Aharon si avvicini a fare ardere il profumo davanti all’Eterno e non
si comporti come Kòrach e la sua gente…” (Ibid, 17:15). Questo
versetto è oggetto di diversi commenti. In ogni modo, il messaggio
è la proibizione di generare divisioni.
Nei Pirkè Avòt (Massime dei padri (5:17) i maestri
insegnano: “Ogni disputa che avvenga per fini onesti (le-shem
Shamàim) finisce col mantenersi; non così invece delle discussioni
che non avvengono per onesti fini. Quale esempio si può citare
del primo tipo? Le discussioni di Hillèl e Shammài. E del secondo
tipo? Quelle di Kòrach e di tutto il suo seguito” (Ed. R. Carabba,
1931).
R. Yoseph Colombo (Livorno, 1897-1975, Milano) che
tradusse il testo, in una sua nota scrive di Hillèl e Shammài: “Le

loro scuole avevano, in fatto di rito e di procedura religiosa,
opinioni opposte, più facilitante quella del primo, più rigorosa
l’altra; ma in ambedue con un’indiscutibile onestà di indirizzo”.
R. ‘Ovadià Bertinoro (1455-1516, Gerusalemme) nel suo
commento a questa mishnà scrive che [“finisce per mantenersi]
significa che le parti della disputa rimangono in vita e non
muoiono, come la disputa tra le scuole di Hillèl e Shammài nella
quale non morirono né i discepoli di Shammài né quelli di Hillèl. R.
Bertinoro aggiunge un altro commento: se lo scopo della
discussione è di cercare la verità, lo scopo viene raggiunto, perché
grazie alla discussione viene fuori la verità. Nel caso di Hillèl e di
Shammài la halakhà venne decisa secondo la scuola di Hillel.
Quando invece lo scopo della disputa non è per fini onesti, ma per
il desiderio di potere, lo scopo non viene raggiunto come avvenne
con Korach”.
R. Eli’ezer Nachman Foà (Reggio Emilia, m.1659) commenta
che “finisce col mantenersi” significa che all’inizio vi è discussione
e alla fine tutti si mettono d’accordo. Infatti alla fine i discepoli di
Shammài accettarono la decisione di maggioranza della scuola di
Hillèl (Talmud babilonese, Betzà, 20a). Il contrario avviene nel
caso di una disputa per fini disonesti nella quale all’inizio i ribelli
sono concordi e poi finiscono invece di litigare tra di loro.
R. Yitzchàk Berekhià Da Fano (Ferrara, 1583-1668, Lugo) nel
commento Chanòkh la-Nà’ar scrive che “finisce per mantenersi”
significa che la discussione rimane totalmente valida, perché
come insegnano i maestri nel Talmud ‘Eruvìn (13b): «Sia queste
che quelle sono parole divine»”.

Donato Grosser

Condividi questo articolo

  • Share
  • FriendFeed
  • Email
  • Feed RSS