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Parashà di Lekh Lekhà: Avrahàm, “inventore” del proselitismo

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Rav Gedalia Schorr (Galizia, 1910-1979, Brooklyn) in Or Gedalyahu (p.43) cita il Talmud Babilonese (Chaghigà, 3a)  dove i Maestri si chiedono: “Qual è il significato del versetto [del Cantico dei Cantici, 7:1]: «Quanto sono belli i tuoi piedi nei loro calzari, o figlia di nobile»? [Significa:] Come sono belli i piedi di Israele quando salgono [a Gerusalemme] per le feste di pellegrinaggio. Figlia di nobile: [significa] figlia di Abramo nostro padre, che è chiamato nobile, come è detto  [Salmi, 47:10] «I nobili dei popoli si adunarono col popolo del Dio di Abramo». [Perché è detto solo] Dio di Abramo e non Dio di Isacco e di Giacobbe? [È detto] Dio di Abramo, perché egli fu il primo dei proseliti”.

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento al Talmud spiega che il patriarca Avrahàm è chiamato nobile perché ebbe la nobiltà di cuore  di riconoscere il Creatore; i nobili dei popoli sono i proseliti che accettano volontariamente le mitzvòt.

Rav Schorr commenta che quando i Maestri affermano che Avrahàm fu il primo dei proseliti non intendono riportare un fatto storico. Essi intendono insegnare che Avrahàm fu colui che creò il proselitismo (gherùt).  Il proselitismo è la forza di un essere umano di staccarsi dalla sua famiglia e di diventare parte della collettività d’Israele. I Maestri hanno affermato che un proselita è come un neonato; egli quindi ha sciolto il legame e il rapporto con il suo passato. Il concetto del proselitismo fu creato dal nostro patriarca Avrahàm che diede la forza a tutte le generazioni successive di far sì che un essere umano possa ricominciare tutto da capo.

Questo concetto è anche accennato dal nipote di Rashì, R. Shemuel ben Meir detto Rashbam (Francia, 1085-1158) che riguardo al versetto “È saranno benedette (ve-nivrekhù, dalla radice barèkh, benedire) in te tutte le famiglie della terra” (Bereshìt, 12:3) commenta che la parola “ve-nivrekhù” deriva dalla parola “havrakhà” che significa  “Innesto”. Questo significa che l’Eterno disse ad Avrahàm che “Le famiglie della terra entreranno a fare parte della tua famiglia”.

R. Schorr aggiunge che da qui si impara che tutte le famiglie della terra avranno la possibilità di “innestarsi” nell’albero del nostro patriarca Avrahàm, il cui nome fu cambiato da Avram in Avrahàm, col significato di ‘Av Hamòn Goyìm”, padre di una moltitudine di popoli. Per questo motivo anche un “gher”, proselita, può dire nella tefillà, “Benedetto tu, o Eterno, Dio nostro e Dio dei nostri padri, Dio di Avrahàm…” per via del rapporto che ha con il nostro patriarca Avrahàm. Questo rapporto del proselita con il patriarca Avrahàm deriva da quella forza che Avrahàm radicò in noi, dandoci la capacità di separarci dal passato e di ricominciare a nuovo al punto di assomigliare a una nuova creatura.

Il Maimonide (Cordova 1138-1204, Il Cairo) applica questo concetto alla Halakhà. Un proselita di nome ‘Ovadià scrisse al Maimonide da Eretz Israel ponendogli tre quesiti. La prima domanda riassunta dal Maimonide nella sua lettera era la  seguente: “[La tua domanda è se] riguardo alle berakhòt (benedizioni) e tefillòt (preghiere) dette in privato o durante le tefillòt con il pubblico, devi usare le formule “Nostro Dio e Dio dei nostri padri”, “Che ci ha santificato con le Sue mitzvòt”, “Che ci ha separato”, “Che ci ha scelto”, “Che ha fatto ereditare ai nostri padri”, “Che ci ha fatto uscire dall’Egitto”, “Che ha fatto miracoli ai nostri padri” e così via”.  

Il Maimonide rispose con queste parole: “Devi dire tutto in modo normale, non devi cambiare nessuna formula e quindi devi recitare le benedizioni e le tefillòt come ogni israelita, sia quando tu reciti la tefillà da solo, sia quando la reciti come ufficiante. L’essenza della cosa è che il nostro patriarca Avrahàm fu colui che istruì tutti i popoli e li illuminò,  fece loro conoscere la via della verità e il monoteismo,  rigettò l’idolatria e ne violò il culto,  introdusse moltitudini sotto le ali della presenza divina, insegnò loro e diede loro istruzioni e comandò ai figli e ai famigliari di osservare la via dell’Eterno, come è scritto nella Torà: «Infatti io l’ho scelto, perché egli comandi ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui ad osservare la via dell‘Eterno e ad agire con giustizia e diritto…» (Bereshìt, 18:19).  Pertanto tutti i proseliti fino alla fine delle generazioni e tutti coloro che affermano l’unicità del Nome del Santo Benedetto, come scritto nella Torà, sono discepoli e famigliari del nostro Patriarca Avrahàm che indicò la via del bene. E così come fece di persona con la sua generazione, in modo simile ha fatto andare sulla via del bene tutti coloro che diventeranno proseliti per via del comando che diede ai suoi figli e alla sua famiglia. Per questo il nostro patriarca Avrahàm è padre dei suoi discendenti dabbene (kesherim) che seguono le sue strade, e padre dei suoi discepoli, cioè di tutti i proseliti…”. Pertanto devi dire “Dio nostro e Dio dei nostri padri” perché Avrahàm è tuo padre. 

A cura di Donato Grosser

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