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Parashà di Nitzavìm-Vayèlekh: Cosa sono le selichòt?

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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Elùl è l’ultimo mese dell’anno ebraico e con la fine dell’anno si avvicina il momento di fare i conti con se stessi, di esaminare quello che abbiamo fatto durante l’anno passato e di fare teshuvà. I Maestri insegnano che di Rosh Ha-Shanà il Santo Benedetto giudica tutti gli esseri umani, passandoli in esame ad uno ad uno come fa un pastore con il suo gregge. Nel giorno di Rosh Ha-Shanà viene deciso se l’anno entrante sarà un anno di benedizione o meno.  Le nostre tefillòt (preghiere) e il nostro pentimento nel mese di Elùl possono servire a cambiare il decreto divino. Pertanto in questo mese ci si prepara al giorno del giudizio con tefillòt speciali e atti di tzedaqà (beneficenza).  Questa è l’introduzione di un articolo sulle selichòt di R. Shmuel Singer in Segulat Israel (n. 10, anno 5774). Le due parashòt di Nitzavìm e Vayèlekh vengono normalmente lette nelle sinagoghe nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà ed è proprio nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà che il minhàg di ashkenaziti e italiani comprende le selichòt.

Simcha Avraham Schepps (Bialystok, 1911-1993, Brooklyn) in Morèshet Simchàt Torà (p. 173) scrive che si parla spesso di “dire le selichòt”. Tuttavia questa espressione si basa sulla mancanza di comprensione di cosa siano le selichòt. Non si dicono selichòt; si chiedono selichòt. Le selichòt sono delle tefillòt (preghiere) e la cosa è dimostrata dalla loro struttura e dal loro ordine. La tefillà di minchà (la preghiera del pomeriggio) inizia recitando un capitolo di tehillim (salmi) con le parole “Ashrè Yoshvè vetèkha” e lo stesso vale per le selichòt. La tefillà di minchà è costituita dalla ‘amidà con le sue diciotto berakhòt (benedizioni); le selichòt vengono al posto della ‘amidà. Le selichòt sono quindi una tefillà nella quale ci concentriamo sulla richiesta di perdono per le nostre mancanze durante l’anno che sta per terminare.

Il testo delle selichòt inizia con le parole “A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto” (Daniel, 9:7). R. Schepps spiega che questo versetto iniziale è parallelo a quello che viene recitato prima della ‘amidà dove si chiede: “O mio Signore, apri le mie labbra e la mia bocca racconti la Tua lode”. Queste parole sono una richiesta al Santo Benedetto che ci ha creato  che ci permetta di esprimere la Sua lode e sono di per sé una lode all’Eterno. In modo analogo, prima delle selichòt riflettiamo sul fatto che possiamo rivolgere la nostra richiesta di perdono all’Eterno, nonostante il senso di vergogna che sentiamo per via delle nostra mancanze.

La parola selichòt è il plurale di selichà, perdono. Le selichòt sono quindi preghiere nelle quale chiediamo all’Eterno il perdono delle nostre mancanze. Nel linguaggio della Torà vi sono tre espressioni apparentemente simili: selichà, mechilà, kapparà.

Meir Leibush Wisser detto Malbim (Ucraina, 1809-1879) In Sèfer Ha-Karmèl (II, p.172) spiega che la radice ebraica kpr può significare “copertura”. Kapparà è quindi la copertura del peccato che non è più visibile. Mechilà è letteralmente uno scavo fatto dagli uomini per potersi nascondere. L’espressione viene usata anche per denotare la rinuncia a un credito. Viene usato quindi anche nel senso che l’Eterno, se così si può dire, rinuncia a punire una persona per le sua mancanze.

R. Feivel Cohen (Brooklyn, 1937) in una dele sue lezioni insegnò che la parola selichà, nonostante l’uso comune nella lingua parlata, significa cancellazione totale del peccato come se non fosse mai stato compiuto e pertanto la si può usare solo nel contesto del perdono divino. Solo l’Eterno infatti può cancellare  un peccato senza che ne rimanga memoria. Gli esseri umani per quanto possano perdonare il prossimo (mechilà) non sono in grado di cancellare totalmente il torto che è stato fatto loro come se non fosse mai stato fatto. R. Cohen raccontò anche che R. Menachem Mendel Morgenstern, rebbe di Kotzk (Polonia, 1787-1859) per fare capire ai suoi chassidim l’importanza di prestare attenzione alle parole delle selichòt e di non recitarle in fretta senza capirne il significato, durante uno dei giorni di selichòt, iniziò il testo delle selichòt con le parole: “A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto” dopodiché uscì dalla sinagoga.

Di Donato Grosser

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