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Parashà di Shelàkh Lekhà: Peccato di pensiero e peccato d’azione

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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In questa parashà viene raccontato che gli esploratori convinsero
il popolo che la conquista della terra di Canaan era impossibile a
causa delle fortificazioni delle città e della forza degli abitanti. A
seguito di questo incidente l’Eterno decretò che tutta questa
generazione di uomini senza fede e coraggio sarebbe morta nel
deserto. Dopodiché, come se niente fosse accaduto, la Torà
ritorna a dare istruzioni agli israeliti per quando abiteranno nella
terra promessa. Una di queste mitzvòt è quella della separazione
della challà. Poi, verso la fine della parashà vi sono dei versetti
che insegnano cosa fare nel caso avvenisse una trasgressione che
dal testo non appare molto chiara: “Se cadrete in errore e non
eseguirete tutte queste mitzvòt che l’Eterno ha comandato a
Moshè, […]. Se l’errore sarà stato commesso dalla comunità,
allora tutta la comunità porterà un torello come sacrificio di ‘olà
(olocausto) […] e un capro come sacrificio di chattàt (espiazione)”
(Bemidbàr, 15:22-24).
Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) scrive che a prima
vista questo passo è incomprensibile perché da una lettura
superficiale sembra che chi per errore non abbia eseguito quello
che l’Eterno ha comandato debba portare un sacrificio. E questo è
assurdo perché se così fosse ci sarebbe l’obbligo di portare
sacrifici per ogni mitzvà prescrittiva [che comanda di fare
qualcosa] della Torà qualora una persona avesse errato nel non
osservarne una sola. Per questo motivo i Maestri hanno spiegato
che questo passo nel quale è scritto “tutte queste mitzvòt” si
riferisce alla trasgressione dell’idolatria commessa per errore
(shoghèg). Egli aggiunge che questo passo è stato inserito dopo
quello degli esploratori perché essi si erano ribellati all’Eterno
pensando di nominare un capo, di ritornare in Egitto e di abitare
colà come prima senza Torà e senza mitzvòt.
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) citando i
Tehillìm (Salmi, 106:27) commenta che una trasgressione del
genere sarebbe potuta capitare poiché dopo l’episodio degli
esploratori era stato decretato che i loro discendenti sarebbero
stati esiliati tra le nazioni e non sarebbe stato infrequente errare
[per ignoranza] nell’idolatria al ritorno nella terra d’Israele. R.
Sforno aggiunge che chi commette la trasgressione d’idolatria,
anche se tecnicamente osserva tutte le altre mitzvòt, non ha
osservato i precetti che l’Eterno ha comandato a Moshè perché
una condizione per osservare propriamente i precetti è quella di
riconoscere che Dio è uno ed unico. Infatti i Maestri nel Midràsh

Sifrè insegnano “che ci accetta l’idolatria è pari a colui che nega
l’intera Torà”.
R. Shelomò Efraim Luntschitz (Polonia, 1550-1619, Praga)
nel suo commento Kelì Yakàr si sofferma sui versetti dove è scritto
che per espiare questa trasgressione commessa per errore,
bisogna portare come primo sacrificio una ‘olà (olocausto) e come
secondo un chattàt (sacrificio di espiazione). Egli osserva che in
tutti gli altri casi nei quali una persona deve portare un chattàt e
una ‘olà, il chattàt precede la ‘olà. In questo caso l’ordine è
inverso e la ‘olà precede il chattàt. R. Luntzchitz spiega che ogni
peccato comporta un procedimento mentale seguito da
un’azione. Se qualcuno commette una trasgressione senza
pensarci e senza alcuna intenzione, la trasgressione non richiede
nessuna espiazione perché è considerata commessa per forza
maggiore. La trasgressione di cui tratta la Torà in questo passo è
quella commessa per errore, come quando chi la commette
ignora che l’atto costituisce idolatria o che l’atto idolatrico sia
proibito. In genere quando viene commessa una trasgressione
anche se l’azione è preceduta dal pensiero, la trasgressione ha
luogo solo quando si commette l’azione che è la parte principale
della trasgressione. Per questo motivo per tutte le trasgressioni
commesse per ignoranza, chi ne ha commessa una che richiede
l’offerta di questi due sacrifici deve portare prima il chattàt per
l’azione commessa e poi la ‘olà per il pensiero. Quando però si
commette per errore un atto idolatrico bisogna portare prima una
‘olà perché nell’idolatria il pensiero è peccato principale. A tale
prova egli cita R. Moshè di Coucy (1200-1260) che nel Sèfer
Mitzvòt Gadòl scrive che non bisogna neppure pensare che vi sia
un altro dio.

Donato Grosser

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