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Parashà di Shofetìm: Non è l’abito che fa il giudice

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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Questa parashà si apre con la mitzvà di organizzare un sistema giudiziario con queste parole: “Nominerai giudici e polizia per le tue tribù in tutte le porte [delle città] che l’Eterno, tuo Dio, ti dà, assicurando che amministreranno la giustizia del popolo in modo onesto. Non dovrai alterare il diritto, mostrare favoritismi e farti corrompere perché la corruzione acceca gli occhi dei saggi e falsifica le parole dei giusti. Cerca la vera giustizia affinché tu viva e occupi il paese che l’Eterno, tuo Dio, ti dà. Non pianterai alcuna Asherà o qualunque altro albero, al lato dell’altare che edificherai per l’Eterno tuo Dio” (Devarìm, 16:18-22).

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida degli Smarriti (3:35) scrive che l’utilità di nominare giudici è evidente, perché se i criminali non venissero puniti sarebbe impossibile evitare i crimini e non vi sarebbe alcun deterrente al crimine.

Moshè Alshich (Adrianopoli, 1508-1593, Safed) nel commento Toràt Moshè osserva che i primi tre versetti si rivolgono a diverse persone: “Nominerai giudici” è un ordine ai governanti che sono responsabili della nomina dei giudici e della polizia.  “Non dovrai alterare il diritto…” è un avvertimento ai giudici. E “Cerca la vera giustizia” è un consiglio al popolo di cercare di rivolgersi ai tribunali migliori. Apparentemente riguardo a questo versetto r. Alshich si riferisce all’insegnamento dei maestri che nel Talmud babilonese (Sanhedrin, 32b) affermano: “Cerca la vera giustizia, cioè rivolgiti al bet din (tribunale) migliore”.

L’ultimo versetto ordina di non piantare alcuna Asherà. R. Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) in Em La-Mikrà (Devarìm, 67b), citando il commento delle Tosafòt alla Torà, menziona che era uso degli idolatri piantare un albero di culto (Asherà) vicino all’altare del Ba’al come raccontato nel libro dei Shofetìm (Giudici, 6: 25-28) quando Gid’on (Gedeone) distrusse l’altare del Ba’al e tagliò la Asherà.  Riguardo al termine Asherà r. Benamozegh scrive che è il nome della dea Astarte che poi venne trasmesso anche all’albero di culto.

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento scrive che questo versetto viene a proibire di piantare alberi o anche a costruire edifici sul Monte del Bet ha-Mikdàsh.

I maestri del Talmud affermano che la giustapposizione di due versetti nella Torà non è una coincidenza e viene ad aggiungere in modo implicito degli insegnamenti. In questo caso la vicinanza del  versetto che proibisce di piantare alberi nel Bet ha-Mikdàsh ai versetti precedenti che trattano della nomina di giudici viene spiegata in questo modo: “Non pianterai alcuna Asherà. R. Shim’on ben Lakish disse (Sanhedrin, 7b): chi nomina un giudice che non è “hagùn” (rispettabile, degno) è come se avesse piantato una Asherà in Israele, perché è detto “Nominerai giudici e polizia” e a questo versetto è giustapposto quello che dice “Non pianterai una Asherà”.

R. Joseph Beer Soloveichik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (Devarìm, p. 143) cita il nonno R. Chaim Soloveitichik (Belarus, 1853-1918, Polonia ) che  commentò che un giudice incompetente è paragonato proprio ad una Asherà perché mentre i santuari idolatrici sono generalmente identificabili, la Asherà appare come un albero normale. Di fuori è bello e rigoglioso, ma essenzialmente è marcio. Lo stesso vale per un giudice che appare dotato dei requisiti necessari ma in effetti è incompetente. A colui che giudica in modo giusto viene data l’autorità straordinaria di agire al posto del Giudice Divino. In realtà nessun essere umano è capace o ha il diritto di decidere la sorte di un altro perché non conosce la verità assoluta. Il “dayan” (giudice) è anche chiamato “elohim” (che scritto con la maiuscola significa “Dio”) perché per necessità ha ricevuto una prerogativa divina. Di conseguenza se un giudice umano è incompetente ha in effetti usurpato e profanato l’autorità divina. E questo è simile all’idolatria. In modo figurativo costui ha piantato un santuario idolatrico proprio nello stesso posto che era stato permeato con la giustizia divina, vicino al mizbèach del Bet ha-Mikdàsh.

Di Donato Grosser

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