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Parashà di Toledòt: La stanchezza e gli incubi del peccatore

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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La parashà racconta la nascita dei gemelli Esau e Ya’akov (Giacobbe). Quando raggiunsero la maturità ognuno di loro scelse una diversa strada (Bereshit; 25:27-34): “I due giovani crebbero, ed Esaù divenne un esperto cacciatore, un uomo di campagna, e Ya’akov un uomo pacifico, che se ne stava nelle tende […].  Un giorno che Ya’akov si era preparato cuocere una minestra, Esaù tornò stanco dalla campagna. Esaù disse a Ya’akov: “Dammi da mangiare un po’ di questa minestra rossa (“adom”); perché sono stanco”. Per questo fu chiamato “Edom”. E Ya’akov gli rispose: ‘Vendimi la tua primogenitura’.  Ed Esaù disse: ‘Ecco io sto per morire; che mi giova la primogenitura?’ E Ya’akov disse: ‘Prima, giuramelo’. Ed Esaù glielo giurò, e vendé la sua primogenitura a Ya’akov. E Ya’akov diede a Esaù del pane e della minestra di lenticchie. Ed egli mangiò e bevve; poi si levò, e se ne andò. Così Esaù sprezzò la primogenitura” .

Rashì (Francia, 1040-1104) commenta che fintanto che i due gemelli erano piccoli le loro azioni non erano distinte e nessuno ci faceva caso; quando raggiunsero i tredici anni uno (Ya’akov) si diresse verso le case di studio e l’altro (Esau) verso l’idolatria […].

R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta: Ya’akov “stava nelle tende”: una era la tenda del pastore; e l’altra quella della meditazione dove imparò a conoscere il Creatore.

Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (pp. 69-70) commenta che Esau e tutti coloro che seguivano la sua strada consideravano Ya’akov un insensato (chassèr da’at) e lo prendevano in giro per il fatto che si dedicasse allo studio e non sapesse godere la vita. Poi però  venne il giorno in cui Esau tornò stanco dalla campagna. Cosa era questa stanchezza? Chi gli impediva di riposarsi? Perché, come è raccontato nel Midràsh (Bereshìt Rabbà, 63:15), era andato a combattere con Nimrod? Esau sentiva all’interno di se un tumulto interiore e una inquietudine di spirito. Qual era il motivo? Questo segreto lo conosceva Ya’akov. Un’anima priva di contenuto non può essere soddisfatta da tutti i piaceri del mondo. Nella Torà è scritto che “L’uomo non vive di solo pane” (Devarìm, 8:3). Un uomo che vede la sua vita come una missione, trova soddisfazione dalle sue fatiche. Per questo nei Pirkè Avòt (Massime dei Padri, 4:17) è detto: “È meglio un’ora di penitenza e di buone azioni in questo mondo di tutto il mondo a venire”. Coloro che vivono seguendo la Torà, amano la vita e non la disprezzano perché sanno  tutto il bene che si può fare. Ma “Coloro che mi odiano amano la morte” (Proverbi, 8:36); coloro che si allontanano dalla Torà amano la morte: una vita senza scopo. Ed ora tutto divenne chiaro. Venne il giorno in cui Esau dichiarò “Sono stanco”. Dopo aver provato ad appagare tutti i suoi desideri si sentiva ancora affamato e stanco e disse “Ecco io sto per morire”. Non aveva ancora trovato nessuno scopo in una vita spirituale e pertanto cosa se ne poteva fare della primogenitura? E in verità se guardiamo all’interno del peccatore vediamo che egli non trova soddisfazione nel suo mondo. Egli prova un bruciore come se avesse bevuto acqua salata. Si sente stanco perché l’anima ha bisogno di un suo nutrimento. È stanco per avere passato la notte senza aver potuto avere un sonno tranquillo, disturbato dagli incubi. Si sveglia di mattina distrutto, stanco e spossato.  

Una grande descrizione della inquietudine di spirito del peccatore la diede il Manzoni nel descrivere la notte dell’Innominato nel capitolo XXI dei Promessi Sposi: “ “Ma c’era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non poté mai” […] e il tormentato esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione”. E, conclude r. Elyashiv, Ya’akov si sentiva soddisfatto, non era stanco quando si alzava all’alba e si sentiva fresco per tutta la giornata.

Di Donato Grosser

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