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Parashà di Vaigàsh: Fino a che punto bisogna saper perdonare

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Dopo che Yosef aveva decretato che Binyamin sarebbe rimasto suo schiavo per aver rubato la sua coppa, Yehudà si fece avanti con un discorso che commosse i presenti. Nella parashà è scritto che dopo questo discorso “Yosef non poté più contenersi dinanzi a tutti gli astanti e gridò: ‘Fate uscir tutti dalla mia presenza!’ E nessuno rimase con lui quando egli si fece conoscere ai suoi fratelli. E alzò la voce piangendo; gli Egiziani l’udirono, e l’udì la casa di Faraone. E Yosef disse ai suoi fratelli: ‘Io sono Yosef, mio padre è ancora vivo?’ Ma i suoi fratelli non gli potevano rispondere, perché erano sbigottiti alla sua presenza” (Bereshìt, 45:1-3).

R. Shimshon Nachmani (Modena, 1695-1779, Reggio Emilia) nella sua opera Zera’ Shimshon sui midrashìm delle parashòt della Torà, si domanda per quale motivo Yosef chiese ai fratelli se il padre era ancora vivo. Egli aveva posto a loro la stessa domanda quando erano tornati in Egitto per la seconda volta a comprare grano quando aveva detto: “Come sta il vostro vecchio padre di cui mi parlaste? È ancora vivo?” (Ibid., 43:27). E inoltre sembra proprio che per via di questa domanda i fratelli fossero rimasti sbigottiti senza poter rispondere, come se li volesse ammonire che avevano fatto soffrire il vecchio padre vendendolo come schiavo. R. Nachmani aggiunge che questa spiegazione la offrono molti commentatori della Torà, tra i quali R. ‘Ovadià Sforno (Cesena-1475-1550, Bologna) che in relazione alla domanda di Yosef commenta: “Non è possibile che non sia morto di angoscia per la mia sparizione”. R. Avraham Saba’ (Castiglia,1440-1508, Verona?) In Tzeròr Hamòr scrive: “È un miracolo che non sia morto di angoscia”.

Non tutti i commentatori seguono questa interpretazione. R. Ya’akov ben Asher (Colonia, 1269-1343, Toledo) commenta che Yosef chiedeva se il padre era ancora in forze. E Gersonide (Francia, 1288-1344) sostiene che Yosef dubitava che i fratelli avessero detto la verità e che tutto il discorso sul “vecchio padre” era stato inventato allo scopo di commuovere “il vicerè”, non sapendo che era invece Yosef.  

R. Nachmani offre una spiegazione diversa. Yosef aveva visto che i fratelli non l’avevano riconosciuto già in due occasioni. Egli pensava quindi che anche se avesse detto loro che lui non era un egiziano ma proprio il loro fratello non lo avrebbero creduto. Per questo subito dopo aver detto “Io sono Yosef” aggiunse “Mio padre è vivo?” per dire che se anche loro non lo avessero riconosciuto il padre lo avrebbe certamente riconosciuto naturalmente o per ispirazione profetica. In effetti i fratelli lo riconobbero subito e il motivo per cui rimasero sbigottiti e non poterono rispondere era l’imbarazzo (bushà) per non averlo riconosciuto la prima volta che l’avevano incontrato.

R. Yechiel Ya’akov Weinberg (Polonia, 1884-1866, Montreux) pone la stessa domanda. Egli spiega che la domanda che assillava Yosef dal momento in cui i fratelli l’avevano scaraventato nella cisterna e l’avevano venduto come schiavo era: “È possibile che mio padre sia ancora vivo e non sia morto di sofferenze non vedendomi tornare a casa?” La stessa domanda era in testa a Yosef durante l’anno di schiavitù e durante gli anni di prigionia e quando fu nominato vicerè d’Egitto. Quando i fratelli arrivarono per la prima volta avrebbe voluto porre la stessa domanda. E poiché non si fece riconoscere dovette per forza aspettare e tenersela nel cuore. E quando si tolse la maschera e si rivelò ai fratelli, questa domanda eruppe da sola: “Mio padre è ancora vivo?” I fratelli non poterono rispondere. R. Weinberg cita un noto midràsh in Bereshìt Rabbà (93:10) nel quale Abba Cohen Bardela dice: “Ahinoi per il giorno del giudizio e per il giorno dell’ammonimento; Yosef era il più giovane delle tribù e i fratelli non poterono rispondere; a maggior ragione quando saremo in giudizio al cospetto del Santo Benedetto. E c’è da domandarsi: dove l’evidenza che Yosef aveva ammonito i fratelli? R. Weinberg risponde alla propria domanda e scrive: la più grande ammonizione è quella di non ammonire! I fratelli di Yosef lo riconobbero in tutta la sua grandezza d’animo. Yosef invece di punire i fratelli mostrò la sua bontà dicendo loro che tutto quello che gli avevano fatto era stato un disegno divino: “Ma ora non addoloratevi, né vi dolga d’avermi venduto qui; poiché Iddio mi ha mandato avanti a voi perché rimaneste in vita”(ibid, 45:5). Questo è il motivo per cui rimasero senza parola, come disse Rashi (Francia, 1040-1105) in due parole: “Per l’imbarazzo”.  Yosef era il più giovane ed essi rimasero imbarazzati dalla sua elevatezza d’animo.

R. Yeshaya’ Horowitz (Praga, 1555-1630, Safed) nella sua opera Shnè Luchòt Haberìt commenta: “Vedete fino a che punto bisogna saper perdonare e rinunciare a fare valere i propri diritti; i fratelli peccarono nei suoi confronti e Yosef pianse e li baciò”.

 

A cura di Donato Grosser

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