1537401600<=1347580800
1537401600<=1348185600
1537401600<=1348790400
1537401600<=1349395200
1537401600<=1350000000
1537401600<=1350604800
1537401600<=1351209600
1537401600<=1351814400
1537401600<=1352419200
1537401600<=1353024000
1537401600<=1353628800
1537401600<=1354233600
1537401600<=1354838400
1537401600<=1355443200
1537401600<=1356048000
1537401600<=1356652800
1537401600<=1357257600
1537401600<=1357862400
1537401600<=1358467200
1537401600<=1359072000
1537401600<=1359676800
1537401600<=1360281600
1537401600<=1360886400
1537401600<=1361491200
1537401600<=1362096000
1537401600<=1362700800
1537401600<=1363305600
1537401600<=1363910400
1537401600<=1364515200
1537401600<=1365120000
1537401600<=1365724800
1537401600<=1303171200
1537401600<=1366934400
1537401600<=1367539200
1537401600<=1368144000
1537401600<=1368748800
1537401600<=1369353600
1537401600<=1369958400
1537401600<=1370563200
1537401600<=1371168000
1537401600<=1371772800
1537401600<=1372377600
1537401600<=1372982400
1537401600<=1373587200
1537401600<=1374192000
1537401600<=1374796800
1537401600<=1375401600
1537401600<=1376006400
1537401600<=1376611200
1537401600<=1377216000
1537401600<=1377820800
1537401600<=1378425600

Parashà di Vayaqhèl: Un santuario nel tempo e uno nello spazio

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

Nessun Commento

Stampa del Tabernacolo con gli oggetti sacri

 

La parashà di Vayaqhèl inizia con le parole: Moshè (Mosè) fece riunire l’intera adunanza dei figli d’Israele
e disse loro: queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare; si potrà lavorare per sei giorni e nel
settimo giorno vi sarà per voi un periodo di santificazione (Qòdesh), una totale cessazione (Shabbàt
Shabbatòn) per il Signore. Chiunque faccia qualche lavoro in questo giorno sarà fatto morire. Non
accendete fuoco in qualunque luogo abitiate nel giorno di Shabbàt (Shemòt, 35:1-3).
Rabbenu Bahaye (Spagna, XIII-XIV secolo) spiega che questo passo della Torà insegna di non
fare melakhòt (attività creative) di Shabbàt, cioè quelle attività (le 39 melakhòt) che furono necessarie
per la costruzione del Mishkàn, il Santuario che accompagnò i figli d’Israele nel deserto.
R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) aggiunge che la Torà ha specificato la
proibizione di accendere il fuoco per insegnare che è proibito fare alcuna melakhà, perchè tutte le altre
trentotto melakhòt hanno bisogno di fuoco. Per esempio, per costruire un aratro e poter lavorare la
terra è necessario fare uso del fuoco. Egli aggiunge che i Maestri hanno istituito la berakhà
(benedizione) sul fuoco (Borè Meorè Ha-Esh) nella havdalà che si fa all’uscita dello Shabbàt appunto
perchè grazie al fuoco furono rese possibili le melakhòt necessarie per la costruzione del Mishkàn.
Dopo questa introduzione la Torà descrive come avvenne la raccolta delle donazioni di materiali
per la costruzione del Mishkàn. Rav Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in una delle
sue derashòt (sermoni) sulla Torà (raccolte da Rav Avishai David nel volume Daròsh Daràsh Yosef, p. 196-
9), osserva che la forma al plurale “queste sono le cose” indica che l’espressione introduce due
argomenti: il Sabato e il Mishkàn.
Rav Soloveitchik fa notare che l’accoppiamento dello Shabbàt al Mishkàn appare in altri tre
passi della Torà: nella parashà di Ki-Tissà dopo la presentazione di Betzalèl e Aholiav, i due artigiani
principali incaricati alla costruzione del Mishkàn, la Torà ritorna all’argomento del Mishkàn con le parole
“Tuttavia voi osserverete i miei Sabati” (Shemòt, 31:13). L’accoppiamento tra il Mishkàn e lo Shabbàt è
lo stesso; la sola differenza è nell’ordine: in Ki-Tissà il Mishkàn precede lo Shabbàt mentre in Vayaqhèl
lo Shabbàt precede il Mishkàn. In questo passo i Maestri hano insegnato che la parola “Tuttavia” (akh)
significa che nonostante l’entusiasmo popolare per la costruzione del Mishkàn, questa costruzione non è
permessa di Shabbàt. Nella parashà di Qedoshìm appare nuovamente lo stesso accoppiamento:
“Osserverete il mio Shabbàt e avrete riverenza del mio Miqdàsh (santuario)” (Vayqrà, 19:30). Anche da
qui i Maestri insegnano che è proibito costruire il santuario di Shabbàt. Infine nella parashà di Behàr
Sinai, il passo della Torà termina con le Parole: “Osserverete i miei sabati e avrete riverenza del mio
santuario, Io sono il Signore”.
Il motivo di questo accoppiamento tra il sabato e il santuario, spiega rav Soloveitchik, è che sia
lo Shabbàt sia il Mishkàn sono dei santuari. Lo Shabbàt è un santuario nel tempo, mentre il Mishkàn è
un santuario nello spazio. La presenza divina (Shekhinà), se così si può dire, ha stabilito una residenza
terrena prima nel Mishkàn nel deserto e più tardi nel Bet Ha-Miqdàsh sul Har Hamorià a Gerusalemme.
Il venerdì sera al tramonto, quando inizia lo Shabbàt, cantiamo Lekhà Dodì e ci asteniamo dal lavoro,
invitiamo la presenza divina nelle nostre case. Non siamo noi a visitare il Signore nel Suo Miqdàsh; è il
Signore che, se cosi si può dire, viene invitato a visitare le nostre case.

Donato Grosser

Condividi questo articolo

  • Share
  • FriendFeed
  • Email
  • Feed RSS