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Parashà di Vayèshev: Le buoni azioni vanno pubblicizzate

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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In questa parashà vengono raccontati i sogni di Yosef e l’astio che questi sogni crearono presso i fratelli. Essi  temevano che, come già avvenuto nelle generazioni precedenti quando Yishma’el aveva cercato di fare del male a Yitzchàk (v. Rashi al versetto di Bereshìt, 21:9) e quando Esau si era ripromesso di fare fuori Ya’akov (Bereshìt, 27:41), Yosef fosse la pecora nera della famiglia che cercava un modo di eliminare i fratelli. Quando Yosef era venuto a vedere i fratelli che pascolavano il gregge della famiglia a Dotan, i fratelli Shim’on e Levi parlarono di farlo fuori e Reuven, il primogenito “Lo salvò dalle loro mani” dicendo loro: “Non versate sangue, mettetelo in questo pozzo che è nel deserto e non mettete le mani su di lui”. Il versetto prosegue dicendo che Reuven “Intendeva salvarlo per restituirlo poi la padre” (Bereshìt, 37:22).

Rashì (Francia, 1040-1105) commenta che queste ultime parole del versetto non sono di Reuven, ma è la Torà che racconta il motivo per cui Reuven disse ai fratelli di mettere Yosef nel pozzo.

R. ‘Ovadyà Sforno (Cesena. 1475-1550, Bologna) commenta che Reuven voleva impedire che i fratelli commettessero un’azione sconsiderata e irrimediabile, simile a quella che era capitata a lui con Bilha, concubina di suo padre. R. Zeev Gottlieb, nelle note al commento di r. Sforno aggiunge che Reuven voleva che i fratelli pensassero alle conseguenze di quello che stavano per fare, e cambiassero idea.

R. Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) fa notare che vi sono due versetti consecutivi nei quali Reuven è il soggetto. Nel primo è detto: “Reuven sentì [quello che i fratelli stavano complottando] e lo salvò dalle loro mani e disse non uccidiamolo” (ibid, 21); e nel secondo: “E Reuven disse loro: Non versate sangue mettetelo in questo pozzo…”. R. Hirsch afferma che apparentemente vi era stata una discussione e, per rabbonirli, Reuven aveva proposto di mettere Yosef nel pozzo. Quando più tardi Reuven era tornato al pozzo per fare uscire Yosef e riportarlo a casa dal padre, era troppo tardi, perché i fratelli lo aveva già venduto a dei mercanti ismaeliti che portavano merce da vendere in Egitto. La Torà racconta: “Quando Reuven tornò al pozzo ed ecco che Yosef non c’è, si strappò i vestiti; tornò dai suoi fratelli e disse:«Il ragazzo non c’è ed io dove posso andare»?”. Reuven esprimeva il suo senso di colpa e il suo rimorso perché non aveva agito in modo più deciso per impedire il crimine. I fratelli si sentirono in colpa solo quando Yosef, diventato vicerè d’Egitto e li accusò di essere delle spie, dissero: “Siami colpevoli per via di nostro fratello [Yosef] quando vedemmo quanto fosse angosciato e non lo ascoltammo; per questo ci accade questa disgrazia”. Reuven replicò: “Non ve lo dicevo io di non commettere peccato verso il ragazzo? Non mi deste ascolto ed ora ci viene chiesto conto del suo sangue” (Bereshìt, 42:21-22). Per Reuven la colpa dei fratelli non era stata solo la mancanza di compassione nei confronti di Yosef. Egli considerava i comportamenti di Yosef delle ragazzate innocue da non prendere in considerazione e l’azione dei fratelli un vero crimine.

Nel Midràsh Rabbà (Vaykrà, 34:8) i Maestri affermano che in questo passo “La Torà insegna le norme di buon comportamento. Quando una persona fa una mitzvà la deve fare di tutto cuore; se Reuven avesse saputo che il Santo Benedetto avrebbe fatto scrivere sui di lui: «E Reuven sentì e lo salvò dalle loro mani», avrebbe caricato [Yosef] sulle sue spalle per riportarlo dal padre”.

R. Ya’akov Kamenetzky ( Lituania, 1891-1986, New York) in Emèt Le-Ya’akov (p.195) scrive che Reuven non aveva idea che stava facendo un atto di importanza storica. Egli pensava che stava solo salvando suo fratello. E invece se avesse riportato Yosef a casa dal padre avrebbe fatto risparmiare agli israeliti l’esilio in Egitto. I Maestri del Midràsh concludono dicendo che una persona non deve pensare che se le sue buone azioni non possono più essere immortalate nella Torà non hanno valore. Ogni buona azione di un israelita può avere un effetto sul futuro di tutto il popolo.

L’episodio di Reuven ha anche delle conseguenze nella Halakhà. R. Shelomò ben Aderet (Barcellona, 1235-1310) detto Rashbà dalla sue iniziali, in un suo responso (I, 581) scrive che chi ha dedicato un edificio per farne un Bet Ha-Kenèsset e vuole apporre il suo nome sulla facciata lo può fare. Infatti dall’episodio di Reuven che salvò il fratello, impariamo che la Torà stessa pubblicizza le buone azioni. Questa decisione del Rashbà è normativa e viene riportata da R. Moshè Isserles nello Shulchàn ‘Arùkh (Y.D., 249) che scrive: “A chi dedica qualcosa in beneficenza è permesso apporre il proprio nome affinché ci si ricordi di lui”.              

 

               

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