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Parashà di Vayetzè: Il giudizio di re Salomone

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Dopo avere ricevuto la benedizione dal padre Yitzchàk al posto di Esau, il patriarca Ya’akòv era in pericolo perché il fratello Esau aveva giurato di vendicarsi di lui e di ucciderlo non appena il padre Yitzchàk fosse morto. La madre Rivkà disse a Ya’akòv: “Figlio mio dammi ascolto:  levati e fuggi presso il mio fratello Lavan a Charàn. Rimani li per qualche tempo finché l’ira di tuo fratello si sia calmata” (Bereshìt, 27:43-44).  Al marito Yitzchàk, Rivkà  diede un altro motivo per mandare Ya’akòv a Charàn. Ella gli disse: “Ho a noia la vita a causa delle donne chittee (le mogli di Esau). Se Ya’akòv prende per moglie una chittea come queste del paese, a che mi giova la vita?” (Ibid. 46). Così Yitzchàk chiamò il figlio Ya’akòv e gli diede un ordine: “Non prendere una donna di Canaan per moglie. Levati, va a Padàn Aràm in casa di Betuèl tuo nonno materno e prendi da li una moglie dalle figlie di Lavàn tu zio materno” (28:2).

Arrivato a Charàn, Ya’akòv incontrò la piccola cugina Rachel che guidava  il gregge per abbeverare gli animali alla fonte “E Ya’akòv baciò Rachel, alzò la voce e pianse” (Ibid., 29:11).

Rashì (Francia, 1040-1105) nel suo commento cita un midràsh: “[Ya’akòv pianse] perché era venuto a mani vuote [pensando che] Eli’èzer il servitore del nonno [Avraham] era venuto con anelli, braccialetti e leccornie e lui, senza niente. [Infatti Ya’akòv] era stato inseguito da Elipàz, figlio di Esau, che aveva ricevuto l’ordine dal padre di uccidere Ya’akòv. Poiché Elipàz era cresciuto in casa di Yitzchàk si trattenne [dall’uccidere Ya’akòv] e gli disse: «Cosa faccio ora dell’ordine ricevuto da mio padre»? Ya’akòv gli rispose: «Prendi tutto quello che ho; un nullatenente è come un morto»”.  In questo modo Elipaz soddisfò in qualche modo l’ordine del padre e Ya’akòv arrivò a Charàn vivo ma senza niente.

R. Chaim Leib Shmuelevitz (Kaunas, 1902-1979, Gerusalemme), che fu a capo della Yeshivà di Mir a Gerusalemme, nella sua raccolta di derashòt denominata Sichòt Mussàr (Discorsi di Etica) analizza il Midràsh e in particolare il dilemma nel quale si trovava Elipàz. Da una parte l’ordine del padre di uccidere Ya’akòv; dall’altra l’educazione ricevuta in casa di Yitzchàk. R. Shmuelevitz dice che questo è un esempio della mescolanza di “luce” e “oscurità” che convivono nella psiche degli esseri umani. Per quale motivo Elipàz doveva eseguire l’ordine del padre Esau? Non sappiamo che se il padre dà ordine al figlio di trasgredire le parole della Torà il figlio deve ignorare l’ordine del padre? E in ogni caso ogni persona con un po’ di senno sa che non si va a uccidere una persona per osservare la mitzvà di onorare il padre!

La situazione nella quale si trovava Elipàz ricorda le parole del navì (profeta) che dice: “Le vie dell’Eterno sono diritte; i giusti le percorrono e i malvagi vi inciampano” (Hoshea’, 14:10). Rashì spiega che le stesse strade nelle quali i giusti vanno senza problemi, i malvagi vi inciampano. Così pure con la mitzvà di onorare il padre, che è paragonata all’onore che si deve all’Eterno; l’oscurità della psiche umana la può  usare per commettere un omicidio. I maestri nel Midràsh (Shemòt  Rabbà, 88:1) sottolineano questo fenomeno quando dicono che la Torà stessa può essere un elixir per alcuni e un veleno per altri.

‘Amalèk che fu il più grande nemico d’Israele, nacque proprio da Elipàz figlio di Esau. E perché proprio da Elipàz che era stato educato nella casa di Yitzchàk? La risposta è che proprio perché fu educato nella casa di Yitzchàk e nonostante questo assorbì la criminalità del padre Esau, nacque da lui ‘Amalèk. Questo perché ai malvagi che studiano la Torà, la Torà diventa un veleno e sono peggiori di coloro che non hanno studiato niente. La mescolanza di luce e oscurità nell’uomo è una cosa tremenda.

Un altro esempio di questo fenomeno è il giudizio che il re Shelomò (Salomone) fece alle due donne che si contendevano il bebè (I Re, 18:21). Sia la vera madre sia l’altra donna sostenevano che il bebè fosse suo. Re Shelomò diede ordine di prendere una spada, di tagliare il bebè in due parti e dare metà ad ognuna delle due donne. La vera madre disse di dare il bebè all’altra per non ucciderlo mentre la falsa madre era disposta a farlo tagliare in due. R. Shmuelevitz analizza la psiche della falsa madre: il suo desiderio di avere un bambino per tirarlo su e fargli del bene era tale che era disposta rubarlo alla madre. D’altra parte doveva sapere quanto avrebbe fatto soffrire la vera madre. C’è da domandarsi: se la falsa madre aveva tanta ferocia da fare soffrire la vera madre, come è possibile che potesse dare il suo amore al bimbo?  Quando re Shelomò diede ordine di tagliare il bimbo a metà sapeva di certo che la vera madre non avrebbe acconsentito. Ma come faceva a sapere che la falsa madre avrebbe accettato il suo giudizio? La risposta è che Shelomò sapeva che quando una persona pecca, si trova in una situazione di decadimento tale che può cadere fino in fondo ed è disposta a fare il peggio. Anche a causare un omicidio. In questi casi la “luce” nella psiche umana non riesce a dominare “l’oscurità”.     

 

A cura di Donato Grosser

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