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Parashà di Wayechì: Yosef perdonò i suoi fratelli oppure no?

in: Blog/News | Pubblicato da: Ufficio Stampa

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Yosef si rivelò ai suoi fratelli dicendo: “Io sono Yosef; mio padre è ancora vivo?” “I fratelli erano rimasti così spaventati che non gli poterono rispondere” (Bereshìt, 45:3). Poi Yosef cercò di calmarli dicendo loro di avvicinarsi e disse: “Non addoloratevi per avermi venduto qui; Dio mi ha mandato qui prima di voi per salvare vite, perché già da due anni c’è carestia nel paese e per altri cinque anni non vi saranno aratura e mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio, ed Egli mi ha messo qui come consigliere al faraone, direttore del suo palazzo e governatore di tutto il paese d’Egitto” (ibid., 5-8).

Il patriarca Ya’akov morì diciassette anni dopo e fu sepolto nella grotta di Makhpellà a Hevron. Al loro ritorno i fratelli temevano che Yosef serbasse rancore nei loro confronti e dopo la morte del padre avrebbe fatto pagare loro il male che gli avevano fatto. Quando vennero da lui, Yosef rispose: “Non temete. Sono forse io al posto di Dio? Del male che voi avevate pensato di fami, Dio si è valso a fine di bene perché rimanesse in vita, come è oggi accaduto, tanta gente” (ibid., 50:129-20).

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (II, 48) cita il versetto “Non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio” per spiegare degli eventi la cui causa dipende dal libero arbitrio di un essere umano. Il disegno divino richiedeva tutta una serie di azioni, compresa la vendita di Yosef da parte dei fratelli che agirono di propria libera volontà. I fratelli commisero un crimine volontario. Non fu per errore né per forza maggiore. La conclusione apparente è che essi erano colpevoli anche se parte di un disegno divino. R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta questi versetti affermando: “Non è il mio compito di giudicarvi né di giudicare i decreti di Dio. Io non posso punire dei Suoi agenti perché certamente voi eravate agenti dell’Eterno perché non siete voi che mi avete mandato qui, ma è stato l’Eterno”. Dal Maimonide e da R. Sforno non vi è alcuna indicazione se Yosef perdonò i fratelli indipendentemente dal fatto che fossero colpevoli o meno.

Una prima indicazione viene da R. Shemuel ben Meir ( Francia, 1085-1158) detto Rashbam nel suo commento alla Torà. Egli scrive che Yosef disse ai fratelli: “Il Santo Benedetto è stato la causa delle vostre azioni e voi non avete peccato nei miei confronti”. È evidente quindi che Yosef non pensava neppure che fosse necessario perdonare i fratelli perché non avevano peccato nei suoi confronti.

Al contrario, R. Bechaye ben Asher ibn Halawa (Spagna, 1255-1340) nel suo commento alla Torà scrive: “I fratelli gli chiesero di perdonare. La Scrittura non evidenzia però se Yosef li abbia perdonati. I Maestri hanno insegnato che chi ha commesso un peccato nei confronti di un altro e ha fatto teshuvà (si è  pentito) non riceve l’espiazione divina del peccato fino a quando non abbia rappacificato la parte lesa. Anche se la Scrittura menziona che Yosef li consolò e parlò ai loro cuori (ibid., 50:21), nonostante ciò nella Torà non viene usata la parola mechilà (perdono) né Yosef riconobbe che aveva cancellato il loro peccato. Pertanto essi morirono con la loro colpa senza ricevere il perdono di Yosef. R. Feivel Cohen (Brooklyn, 1937-) durante una sua lezione disse che nonostante il disegno divino è possibile che Yosef non riuscì a dimenticare il male che i fratelli gli avevano fatto e a forzarsi a perdonarli.  

E anche nei Pirkè de-Rabbi Eli’ezer, che risale al periodo attorno alla distruzione del Bet Ha-Mikdàsh (I secolo e.v.), è scritto: “R. Yannai disse: le tribù [cioè i fratelli di Yosef] espiarono [il peccato del]la vendita di Yosef solo quando morirono […] e a causa della vendita di Yosef vi furono sette anni di carestia nella terra d’Israele”. Anche da questa fonte appare che Yosef non perdonò i fratelli perché se fossero stati perdonati non avrebbero avuto bisogno di ulteriore espiazione. Essendovi opinioni contrastanti, non si può dare una risposta certa alla domanda posta.

Di Donato Grosser

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