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Il commento della settimana: la parashà di Haazìnu – Perché i giusti soffrono?

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

Un Commento

I cinque libri di Mosè si concludono con il cantico di Haazìnu e con la successiva benedizione di Mosè alle dodici tribù.  Il cantico di Haazìnu, dopo i primi tre versetti introduttivi (Devarìm– Deuteronomio, 32:1-3) prosegue con le parole: “La Rocca la cui opera è perfetta perché tutte le sue vie sono giustizia; Dio è verace e senza malizia; Egli è giusto e retto”.

R. Hezeqia ben Manoach (Francia, XIII secolo) nella sua opera  Chezqunì spiega che Mosè disse al popolo: Nonostante che io vi informi delle disgrazie che vi capiteranno se non osserverete la Torà , non pensate male delle azioni del Signore. Sappiate che tutte le Sue vie sono giuste.

Uno dei principi di fede è che esiste ricompensa e punizione. Questo principio fa parte dei tredici principi di fede enunciati dal Maimonide (Cordova, 1135-1204,  Cairo) e dei tre principi enunciati da R.Yosef Albo (Spagna, 1380-1444 ) nella sua opera Sefer Ha-‘Iqqarìm.

Nel libro di Devarìm (30:16)  Mosè ammonisce il popolo dicendo: “Guarda, ho posto davanti a te oggi la vita e il bene, la morte e il male”. L’uomo ha il libero arbitrio. Come sottolinea il Maimonide(Regole della Teshuvà, 5:4), se gli esseri umani fossero soggetti al determinismo, l’Eterno non avrebbe ammonito tramite i profeti “… fate così e non fate così, migliorate il vostro comportamento e non siate malvagi…” Se fosse prestabilito dalla nascita che una persona non può comportarsi altro che in un modo “A cosa servirebbe la Torà? E sulla base di quale giustizia si potrebbe condannare il malvagio o ricompensare il giusto?”.

Eppure la questione del giusto che soffre e del malvagio che gode la vita ha assillato il popolo ebraico fin dall’inizio.  Nel trattato talmudico di Berakhòt (7a) è detto che Mosè stesso chiese all’Eterno: per favore fammi sapere le Tue strade (Shemòt – Esodo, 33:13): Perché ci sono giusti che soffrono e malvagi che si godono la vita?

L’autore dell’antologia Me’Am Lo’ez nel commento a questa parashà tratta l’argomento citando un fatto che capitò a R. Avraham Ibn ‘Ezra (Spagna, 1089-1167; nei sue viaggi dimorò per un certo periodo anche a Lucca, come menziona nel suo commento a Shemòt, 12:2). Due persone andavano per strada e si fermarono a mangiare. Uno di loro aveva tre pagnotte e l’altro due pagnotte. Si avvicinò a loro un passante che disse loro: fratelli miei, ho fame, se dividerete con me le vostre pagnotte, vi ricompenserò. I tre divisero in tre parti uguali le cinque pagnotte e per compensarli il passante diede loro cinque monete.  A questo punto i primi due cominciarono a discutere su come dividere le cinque monete tra di loro. Colui che aveva tre pagnotte sosteneva che avrebbe dovuto ricevere tre monete in cambio delle tre pagnotte che aveva condiviso con gli altri. Colui che ne aveva due sosteneva che le monete dovevano essere suddivise a metà. Non essendo in grado di mettersi d’accordo andarono dal rabbino della città. Il rabbino decise che colui che aveva tre pagnotte doveva ricevere quattro monete e quello che ne aveva due, solo una. La decisione generò un enorme sorpresa tra i due contestanti perché il rabbino aveva dato al padrone delle tre pagnotte ancora di più di quello che aveva chiesto.

Quando R. Avraham Ibn ‘Ezra venne a sapere quello che era successo, spiegò ai due contestanti la decisione del rabbino: ognuno dei tre aveva consumato un terzo delle pagnotte. Su un totale di cinque pagnotte, equivalenti a 15/3, ognuno aveva consumato cinque terzi di pagnotta.  Colui che aveva due pagnotte (equivalenti a sei terzi) aveva consumato cinque terzi e aveva dato al passante un terzo di pagnotta. Colui che aveva tre pagnotte (equivalenti a nove terzi) aveva consumato anch’egli cinque terzi e aveva lasciato quattro terzi al passante. Pertanto era giusto che colui che aveva tre pagnotte ricevesse quattro monete e l’altro solo una. R. Avraham Ibn ‘Ezra concluse: se non siete in grado di capire le decisioni di un essere umano, come credete di poter capire quelle dell’Eterno?

Tutto il libro di Giobbe è imperniato sulla questione dei giusti che soffrono. Alle domande di Giobbe è l’Eterno stesso che risponde (38:4):  “Dov’eri tu quando io gettavo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza”.  L’uomo ha solo una conoscenza parziale e imperfetta delle cose e non è in grado di capire i disegni divini. Rav Yosef Dov Soloveitchik spiega (in Qol Dodi Dofeq) che l’Eterno disse: Giobbe! Non potrai mai capire il motivo delle sofferenze umane e del loro scopo; è però tuo dovere sapere a cosa servono le sofferenze. Se le sofferenze serviranno ad elevarti, ti renderai conto che sono un mezzo per migliorare la propria anima.

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