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Il commento della settimana: Parashà Ki Tavò – “Questa è la Torà che Mosè presentò ai figli d’Israele”

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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La parashà di Ki Tavò descrive uno degli eventi più rimarchevoli nell’esistenza del popolo d’Israele. Mosè ordina al popolo che quando attraverseranno il fiume Giordano e giungeranno alla città di Shekhèm che si trova in una vallata tra i due monti Gherizim ed Eval, i Cohanim e i Leviti si piazzeranno nella vallata e le dodici tribù si divideranno metà ai piedi di un monte e metà ai piedi dell’altro. I Leviti pronunceranno benedizioni e maledizioni per coloro che non osserveranno certe mitzwòt.

Le dodici trasgressioni elencate nella parashà hanno un tratto comune: si tratta di trasgressioni che possono essere commesse dai singoli in assoluta “privacy” senza che nessuno venga a saperlo. Nella pianura di Moav il popolo d’Israele aveva accettato la responsabilità collettiva per le trasgressioni dei singoli. Questo significa che è dovere di tutti rimproverare i peccatori e avvisarli che quello che fanno è contro la legge. Chi non lo fa si rende complice delle trasgressioni degli altri (Talmùd babilonese,Sanhedrin, 27b). Tuttavia quando le trasgressioni vengono commesse segretamente, la collettività non è responsabile di quello che fanno gli altri perché non lo può impedire. La prima maledizione è per colui che fabbrica un idolo e lo nasconde.

L’ultima delle dodici maledizioni è per colui che “Non considererà valide tutte le parole di questa Torà e non le seguirà” (Devarìm, 27:26). R. Ovadià Sforno da Cesena spiega che perfino se una persona accetta l’intera Torà eccetto per una mitzwà che nega e rigetta, si rende colpevole di non confermare tutte le parole della Torà ed è pertanto oggetto della maledizione. R. Raphael Pelcovitz di New York, traduttore e annotatore del commento di R. Sforno, fa notare che quest’ultimo basa questo concetto sugli insegnamenti dei Maestri nel trattato Talmudico Sanhedrin (99b) dove è detto che chi afferma che la Torà è di origine divina eccetto per un versetto è un miscredente. Il Maimonide nelle Hilkhòt Teshuvà (Regole della Penitenza, 3:8) afferma che chi nega la validità di una versetto o anche di una sola lettera della Torà è un miscredente.

Questo versetto viene anche usato come fonte per l’usanza di sollevare il Sèfer Torà e di mostrarlo alla congregazione nel Bet Hakenèsset. Infatti l’espressione “Ashèr lo yaqìm” che è tradotta con le parole “Non considera valida” letteralmente significa “Non ereggerà”. Questa usanza codificata nello Shulchàn ‘Arùkh (O.C. 134) viene applicata in modo diverso in varie Kehillòt.

R. Ya’akov Chuli (Costantinopoli, XVII-XVIII secolo) autore del Me’am Loez, composto in lingua ladina, scriveva che in alcune comunità vigeva l’usanza di sollevare e mostrare il Sèfer Torà (fare la hagbahà) immediatamente dopo l’apertura dell’Aròn. Presso le comunità di rito italiano la hagbahà viene fatta sulla bimà prima di leggere la Torà e da due persone. Nelle comunità ashkenazite la hagbahà viene fatta da una sola persona e dopo la lettura della Torà. È mitzwà guardare le lettere della Torà mentre il sèfer viene sollevato e mostrato al pubblico. R. Yitzchak Luria (detto Arizal) usava guardava le lettere della Torà in modo da poterle distinguere mentre veniva fatta la hagbahà.

Quando si fa la hagbahà il pubblico dice il versetto: “Questa è la Torà che Mosè presentò ai figli d’Israele”. In effetti dicendo questo versetto affermiamo l’ottavo dei tredici principi di fede elencati dal Maimonide: “Io credo con completa fede che tutta la Torà che abbiamo con noi è quella che fu data a Mosè nostro Maestro”.

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