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Parashà Ki Tetzè: Per Israele il matrimonio non è una questione personale

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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La parashà di Ki Tetze è quella che contiene il maggior numero di mitzvòt. In questa occasione è opportuno riflettere sul motivo per cui Moshè nostro maestro insegnò tutte queste mitzvòt proprio nel suo discorso di commiato. Il quinto libro della Torà, chiamato Devarìm (le parole) dal suo primo sostantivo, è chiamato in greco Deuteronomio, cioè ripetizione. Apparentemente dal termine Deuteronomio dovremmo concludere che il discorso di Moshè è una ripetizione o anche un riassunto di tutti gli insegnamenti che diede agli israeliti durante i precedenti trentanove anni passati nel deserto. E invece non è proprio così.

R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà fa notare che dal versetto “In Transgiordania, nella terra di Moav, Moshè nel spiegare la Torà iniziò dicendo quanto segue […]” (Devarìm, 1:5), impariamo che Moshè non ripetè semplicemente le mitzvòt che l’Eterno aveva comandato, ma spiegò nuovamente e in dettaglio come dovevano essere osservate. Tuttavia la ripetizione e la spiegazione delle mitzvòt della Torà già insegnate non costituiscono il motivo principale del libro di Devarìm. Lo scopo principale di questo quinto libro non è quello di di riesaminare le mitzvòt o di spiegare quelle elencate nei libri precedenti. La prova di questo è il fatto che delle cento e più mitzvòt contenute nel libro di Devarìm (in tutto il Pentateuco ve ne sono 613), ve ne sono più di settanta che non appaiono nei libri precedenti. Al fine di cercare di capire quale sia lo scopo del discorso finale di Moshè al popolo d’Israele nella pianura di Moav prima che essi entrassero nella terra d’Israele, è necessario esaminare perché tutte queste nuove mitzvòt sono insegnate solo qui e per quale motivo tra tutte le mitzvòt ripetute oralmente da Moshè proprio queste furono scritte in questo libro. Il primo esempio menzionato da R. Hirsch è quello dei Mo’adìm (Ricorrenze). In Devarìm vengono menzionate solo le feste di pellegrinaggio di Pèsach, Shavu’ot e Sukkòt. Mancano Shabbàt, Rosh Hashanà, Kippùr e Sheminì ‘Atzèret. R. Hirsch spiega che mentre queste quattro feste riflettono il rapporto tra uomo e l’Eterno, le tre feste di pellegrinaggio sono legate alla Terra d’Israele. Era quindi necessario reiterare le regole di queste tre feste prima di entrarvi. Le ammonizioni riguardanti le pratiche idolatriche erano anch’esse necessarie prima di venire a contatto con le popolazioni canaanite. Lo stesso vale per le regole relative ai tribunali, l’obbligo di portare le primizie e le decime al Santuario e le mitzvòt di lasciare parte del raccolto ai poveri. Tutte cose non necessarie fino a quando il popolo abitava nel deserto.
R. Ya’akov Kamenetzky (Lituania, 1891-1986, Baltimora ) in Emèt Le-Ya’akov domanda per quale motivo le regole del diritto di famiglia e dei matrimoni vengono inserite in questa parashà che è nel libro di Devarìm, considerando che l’argomento principale di questo libro è quello del diritto del Re e delle leggi che regolano la collettività. R. Kamenetzky afferma che Moshè nella pianura di Moav, rendendosi conto che non sarebbe potuto entrare nella Terra d’Israele, decise di insegnare al popolo le mitzvòt relative alla collettività e così pure quelle riguardanti le leggi di guerra e della conduzione della giustizia, al fine che il nuovo Re e i figli d’Israele sapessero come comportarsi all’entrata in Eretz Israel. Detto questo bisogna spiegare per quale motivo sono state scritte proprio qui le mitzvòt relative al mamzèr o alla mamzèret, coloro che sono nati da un’unione proibita come per esempio da una donna sposata e da un uomo che non è suo marito. Nello stesso modo bisogna spiegare per quale motivo appaiono qui le regole del divorzio e del levirato, la mitzvà di sposare la vedova del fratello morto senza lasciare prole. Logicamente queste mitzvòt appartengono al libro di Waykrà (Levitico) insieme con le altre regole sulle unioni permesse e proibite.
R. Kamenetzky spiega che dalla posizione di queste mitzvòt, proprio nel libro di Devarìm, impariamo che il matrimonio presso i figli d’Israele non è una questione privata di un uomo e di una donna e delle rispettive famiglie, ma è un argomento di rilevanza per la comunità. Quando un giovane sposa una ragazza, viene a fare parte della “Comunità d’Israele”; coloro ai quali il matrimonio è interdetto vengono definiti nella Torà e nel linguaggio dei maestri della Mishnà come “Pesulè Kahàl” (inaccettabili a far parte della comunità). Pertanto è comprensibile come tutte queste regole siano inserite insieme a quelle relative alla collettività.

Donato Grosser

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