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Parashà Mishpatìm: la base razionale delle punizioni della Torà

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida degli Smarriti (III, 41) si dilunga nel cercare di spiegare i motivi delle punizioni nella Torà. Egli spiega che la gravità della punizione e la pena inflitta al colpevole dipendono da quattro condizioni: 1. La gravità del peccato: le azioni che causano gravi danni sono punite severamente, mentre quelle che causano danni minori sono soggette a punizioni minori. 2.  La frequenza del crimine: un delitto commesso con maggiore frequenza va punito severamente, mentre per quelli commessi raramente una punizione meno severa è sufficiente. 3. La grandezza della tentazione: solo il timore di una severa punizione può servire da deterrente per azioni soggette a grandi tentazioni. 4. La facilità di commettere il crimine in segreto senza essere visto da altri: il timore di gravi punizioni è l’unico deterrente per delitti del genere.

Nello stesso capitolo, il Maimonide elenca un serie di azioni per le quali la punizione che il colpevole riceve è dello stesso tipo del male che ha fatto. A rigore di legge chi si è reso colpevole nei confronti di un altra persona deve ricevere una punizione uguale al male che ha fatto al prossimo.  Se ha causato una danno fisico deve soffrire personalmente e se ha danneggiato la proprietà del prossimo deve essere punito con la perdita di parte di quello che gli appartiene. In quest’ultimo caso la parte lesa ha la facoltà di rinunciare al compenso che gli spetta per diritto. Non è così per l’omicidio. In casi del genere non si può essere indulgenti per via dell’estrema gravità del crimine che non permette di accettare indennizzi monetari, come era in voga presso i longobardi. Pertanto anche se la vittima continua a vivere per qualche tempo dopo l’attacco ed è completamente conscio e dice di perdonare l’assassino non gli si dà retta e, nei casi in cui vi sono testimoni credibili, all’omicida viene prescritta la pena di morte. 

Studiando il trattato talmudico Sanhedrin appare evidente anche quando il popolo d’Israele godeva dell’indipendenza sotto il regno degli Asmonei, la pena di morte era teorica.  Infatti la Torà avverte i giudici di non condannare a morte nessuno sulla base di prove circostanziali, ma solo sulla base di due testimoni di assoluta integrità la cui testimonianza sia chiara, che abbiano ammonito l’omicida e abbiano visto il misfatto. Il minimo dubbio impedisce la condanna a morte. E infatti i Maestri insegnarono che un tribunale che emetteva una condanna a morte una volta ogni settanta anni era chiamato un “tribunale distruttivo” (Mishnà, Makkòt, 1:10).

Il versetto della Torà nel quale è scritto: “Occhio per un occhio, dente per un dente, mano, per una mano e piede per un piede” (Shemòt, 21:23), viene tradotto da Rav Aryeh Kaplan (New York, 1934-1983) con queste parole: “Full compensation must be paid for the loss of an eye, a tooth, a hand or a foot” (New York, Maznaim Publishing Corporation, 1981, p. 361).  Sulla base di quanto scritto dal Maimonide chi causa un danno fisico al prossimo dovrebbe ricevere un danno fisico uguale. R. ‘Ovadia Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) spiega che per quanto il colpevole meriti un danno fisico uguale a quello che ha fatto, i Maestri nel trattato talmudico Bavà Kammà (83b) ci hanno insegnato che non essendo in grado di punire il colpevole nella giusta misura, la punizione dev’essere necessariamente monetaria.

R. Sforno non è il primo che offre questa spiegazione. R. Avraham ibn ‘Ezrà ( Spagna, 1089-1167) cita R. Sa’adià Gaon (Egitto, 882-942, Baghdad) che scrisse che questo versetto non può essere spiegato in modo letterale perché se una persona ha fatto perdere al prossimo un terzo della sua capacità visiva non è possibile punirlo nello stesso modo senza causargli un danno fisico peggiore o minore e rischiando di accecarlo del tutto. Ed è ancora più difficile punire con una ferita chi ha ferito il prossimo perché se il danno fisico è avvenuto in una parte delicata del corpo, nel cercare di dare una punizione uguale al danno si rischia di causare la morte del colpevole. Per convincere Ben Zuta, un caraita che sosteneva che la Torà dovesse essere presa alla lettera, R. Sa’adià gli citò il passo dal libro dei Giudici nel quale viene raccontato che Shimshòn (Sansone) si vendicò dei filistei che gli avevano portato via la moglie, bruciando i loro campi dicendo: ”Così come hanno fatto a me, ho fatto a loro” (Shofetìm, 15:11). R. Sa’adià spiego che se Shimshòn avesse punito i filistei in modo letterale facendo loro quello che avevano fatto a lui, avrebbe dovuto portare via le loro mogli. R. Avraham figlio del Maimonide (Egitto, 1186-1237) menziona che oltre al fatto che la nostra tradizione ci insegna che la punizione per i danni fisici è monetaria e non fisica, R. Saadià dimostrò la cosa nel suo commento dai versetti delle Scritture.

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