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Parashà Shemòt: L’inizio dell’antisemitismo

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Il secondo libro della Torà, l’Esodo, si apre con un’infausta notizia:“E si elevò un nuovo Re sull’Egitto che non conosceva Yosèf” (Shemòt, 1:8). Nel trattato talmudico Sotà (11a) i maestri Rav e Shemuel danno due spiegazioni diverse sul significato di questo versetto: uno di loro disse che si trattava di un nuovo Re, mentre l’altro affermò che era lo stesso Re che aveva deciso di cambiare politica nei confronti degli israeliti. Tra l’altro questo Re d’Egitto fu il primo a definire gli israeliti un ‘Am (popolo) quando disse: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e potente di noi” (ibid., 9). 

R. Barukh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) nel suo commento Torà Temimà nota che il linguaggio del versetto non si presta facilmente alla spiegazione che si trattava di un Re che aveva cambiato politica nei confronti degli israeliti. Per capire questa spiegazione bisogna intendere il versetto nel senso che si elevò un nuovo Re sugli israeliti che abitavano in Egitto. In ogni modo, sia secondo Rav sia secondo Shemuel il cambiamento di regime o di politica portò guai agli israeliti.
R. Joseph Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in un suo commento citato in Mesoras Harav al libro di Shemòt (pp. 3-5) afferma che l’infausta notizia dell’inizio della persecuzione è accennata già dalle prime parole della parashà dove è scritto: “E questi sono i nomi dei figli d’Israele che vengono (al presente) in Egitto”. La Torà avrebbe dovuto usare l’espressione “che vennero” usando il tempo passato, più appropriata per gli eventi descritti nella parashà che avvennero molti anni dopo la morte dei figli di Ya’akov (Giacobbe). Il Midràsh nota questa anomalia e interpreta questa frase nel senso come se i figli d’Israele “fossero venuti solo oggi”. Il termine “che vengono”, al presente, suggerisce che gli egiziani non consideravano la nazione israelita parte dello stato, della società e della cultura egiziana. E nonostante che avessero abitato nel paese per centinaia di anni, gli egiziani consideravano gli israeliti alla stregua di stranieri appena arrivati nel paese.
R. Soloveitchik, prendendo spunto da questa parashà, osservò che l’opinione della estraneità dell’ebreo si ripete nel corso della storia. Gli ebrei vissero in Germania anche prima dei secoli bui dell’alto medioevo. Durante il medioevo gli ebrei dettero il loro contributo al paese e furono parte integrale della società. Con tutto ciò molti secoli dopo furono discriminati, perseguitati ed eliminati durante la Seconda Guerra Mondiale. L’essenza della dottrina antisemitica nel corso della storia è sempre stata quella di dipingere l’ebreo come straniero. In Egitto l’asservimento fu completato in tre fasi: nella prima fase il faraone demonizzò gli israeliti affermando che essi erano una potenziale “quinta colonna” che minacciava il paese dall’interno. La seconda fase fu quella di farli arruolare in un servizio nazionale allo scopo di costruire delle città di stoccaggio per dimostrare la propria lealtà allo stato egiziano. La terza fase fu quella di trasformare questo servizio nazionale volontario in schiavitù.
R. Soloveitchik aggiunge che vi è un’altra implicazione nell’uso della parola “vengono”, al presente. I Maestri nel Midràsh Rabbà insegnano che i figli d’Israele furono redenti dall’Egitto per merito di quattro motivi: essi mantennero i propri nomi, la propria lingua, il proprio modo di vestire e le proprie tradizioni religiose. Gli israeliti erano consci della propria identità. Quando lasciarono l’Egitto parlavano la lingua sacra con la stessa scioltezza di quando vi arrivarono. Vi sono alcuni ideali ai quali l’ebreo è fedele a cui non potrà mai rinunciare.
In Egitto l’ebreo era parte integrale della società e contribuiva anche più degli altri al benessere del paese. Con tutto ciò il faraone li accusò di essere una minaccia al paese. Egli aveva torto. L’espressione “Vengono in Egitto” ha due significati: abbiamo una speciale identità eterna e nonostante ciò siamo parte integrale della società.
R. Ovadyà Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà scrive che la distruzione dell’esercito egiziano al Mar Rosso fu una perdita talmente grande che anche molti anni dopo l’Egitto non fu in grado di rimpiazzarli. In effetti fu proprio il tradimento del faraone che, dimentico di tutto il bene che Yosèf e gli israeliti avevano fatto al paese, portò alla distruzione dell’Egitto e alla sua riduzione da potenza mondiale a stato di secondaria importanza. R. Soloveitchik concluse che un simile declino ebbe luogo in Germania come conseguenza della persecuzione anti-ebraica.

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