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Il commento della settimana: la parashà di Shemòt, chi era la figlia del Faraone?

in: Ebraismo | Pubblicato da: Redazione

Un Commento

Nella parashà di Shemòt (la prima dell’Esodo) vi è la momentanea apparizione della figlia del Faraone.

Questa è la prima e l’ultima volta che si parla di lei nella Torà. Eppure fu proprio lei che salvò Moshè (Mosé) e lo educò a comportarsi in modo regale nel palazzo del Faraone.

Se nella Torà la figlia del Faraone appare solo nell’episodio del salvataggio di Moshè dalle acque, nel Midràsh essa viene menzionata anche più tardi (Cecil De Mille nel suo film I Dieci Comandamenti del 1956 fece ampio uso di queste fonti midrashiche). Un interessante articolo sull’argomento, di Rav Amos Israel Rabello, è stato pubblicato nel numero 9 della rivista Segulat Israel (2012). In questa pagina ne abbiamo inserito alcuni dei punti salienti.

Nel Midràsh Shemòt Rabbà (18) viene raccontato che il nome della figlia del Faraone, non menzionato nella Torà, era Bityà. Essa era la primogenita del Faraone e, come tale, certamente godeva di tutti i privilegi dei membri della casa reale. Nasce quindi spontanea la domanda su quale fu il motivo che portò questa principessa ad avvicinarsi a un bambino che piangeva, averne compassione e salvarlo, compiendo un atto di insubordinazione per il quale avrebbe potuto pagare con la propria vita. Infatti il Midràsh PesiqtàShemòt (2) fa notare che le sue ancelle le dissero: “Nostra signora, quando un Re emana un decreto anche se nessuno lo osserva, i figli e i nipoti del Re lo osservano, e tu salvi un neonato trasgredendo così apertamente il decreto di tuo padre che ha dato ordine di uccidere tutti i neonati maschi?”.  La risposta viene data da un altro midràsh.

Nel Midràsh Pesiqtà Zutratà Shemòt (2) viene raccontato: “R. Yochanàn a nome di R. Shim’òn bar Yochài disse che [Bityà] era scesa per lavarsi dagli idoli della casa paterna”, come per dire che Bityà stessa ancor prima di incontrare il piccolo Moshè e di salvarlo era scesa nelle acque del Nilo allo scopo di purificarsi dall’idolatria. Fu proprio a seguito della decisione di separarsi dall’idolatria e di ribellarsi all’ideologia imperante, che Bityà compì l’atto di compassione di salvare Moshè. R. Yehudà Loew, detto il Maharal di Praga (1520-1609), nella sua opera Ghevurot Hashem (Cap. 17), spiegando questomidràsh suggerisce che doveva necessariamente essere avvenuto un cambiamento “ideologico” in Bityà, altrimenti sarebbe stato impossibile che la figlia primogenita del Faraone salvasse Moshè. È quindi evidente che Bityà non poteva avere un’attitudine negativa nei confronti degli israeliti.

Bityà educò Moshè come se fosse stato suo figlio. Perché la Provvidenza scelse proprio Bityà come madre adottiva di Moshè? Il commento Dà’at Miqrà (Mossad Harav Kook) al libro di Shemòt si sofferma sul fatto che la redenzione degli israeliti dall’Egitto aveva due motivi: 1) la promessa dell’Eterno ai patriarchi e 2) l’eccessivo e ingiusto asservimento dei figli d’Israele da parte degli egiziani. Pertanto colui che avrebbe guidato gli Israeliti fuori dall’Egitto, a) doveva essere un uomo giusto per poter guidare il popolo come promesso dall’Eterno nel patto con i patriarchi; e b) doveva anche perseguire giustizia per poter salvare il popolo trattato senza giustizia. Moshè aveva entrambe le caratteristiche.

Si può suggerire che mentre la caratteristica di essere uomo giusto derivò da Yokhèved, la madre biologica di Moshè che, insieme con il padre ‘Amràm, gli tramandò le forze spirituali proprie della tribù di Levi, la caratteristica di perseguire giustizia e di aiutare il prossimo derivò a Moshè dall’influenza della madre adottiva Bityà. Infatti quando Moshè scese tra il popolo è scritto che “vide le loro sofferenze” (Shemòt, 2:11) e quando fuggì dall’Egitto a Midyàn e vide che le figlie di Yitrò venivano maltrattate “Moshè prese l’iniziativa e le salvò” (Shemòt2:17). Proprio Bityà che vide un bambino che piangeva e decise di salvarlo, inculcò nell’anima del figlio adottivo le caratteristiche di perseguire giustizia. Con questo non si intende affermare che la caratteristica di essere giusto sia totalmente separata da quella di perseguire giustizia. Infatti i Maestri ci insegnano che Yochèved, la madre biologica di Moshè, era una delle due ostetriche alle quali il Faraone diede ordine di uccidere i neonati maschi, e fece di tutto per aiutare le donne d’Israele a partorire rischiando la vita per salvare i neonati e le madri. In generale non è possibile essere giusti senza perseguire giustizia e viceversa. Tuttavia è importante sottolineare che la forza di ribellarsi a delle leggi ingiuste risalta particolarmente nella persona di Bityà.

Nel Midràsh Kallà Rabbati, (3:23) Bityà viene anche descritta come una dei pochi eletti che entrarono da vivi nel Giardino dell’Eden. Il motivo per cui proprio Bityà meritò questa grande ricompensa viene spiegato sempre nello stessomidràsh: “Il Santo Benedetto disse: dal momento che costei ha portato salvezza ad Israele e la loro uscita verso la vita, le allungo la vita. Ho fatto un patto con i vostri padri e così ripago costei che ha abbandonato il regno del padre e si è aggregata a loro”.

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