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La parashà della settimana: Terumà – Il colore tekhèlet

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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moneta Tiro murexPer la costruzione del Mishkàn (il tabernacolo mobile) il Signore disse a Moshè (Mosè) di chiedere ai figli d’Israele di donare tutta una serie di materiali: oro, argento e rame, tekhèlet, rosso porpora, scarlatto, lino e pelo di caprini, pelli di montoni tinte di rosso, pelli di tàchash (un animale non identificato), legno di acacia, olio per illuminare, spezie per l’olio da unzione e per il profumo, pietre di onice e pietre da incastonare nel dorsale e nel pettorale (Shemòt- Esodo, 25: 1-7).Parte dei materiali serviva per la costruzione del Mishkàn e parte per i vestimenti dei kohanìm (i sacerdoti) addetti al servizio divino. Il tekhèlet era un colore azzurro che serviva per i vestimenti del Kohèn Gadòl (il sommo sacerdote) e per quelli degli altri Kohanìm. (Un articolo sul tekhèlet fu nel numero 5 di Segulat Israel dal quale abbiamo tratto alcuni punti).

I segreti del colorante tekhèlet, la sua fonte e il metodo di fabbricazione, sono andati persi da oltre 1300 anni. Di conseguenza lo studio di molte delle leggi riguardanti il suo uso, non essendo cosa attuale, fu trascurato. Cosí, per esempio, invece di prendere una decisione su una certa discussione rav Yosef Caro (Spagna, 1488-1575, Safed), autore dello Shulchàn ‘Arùkh, scrisse: “Mi pare che non dovremmo dedicarci a questo argomento in quanto non fa alcuna differenza al giorno d’oggi [in quanto il tekhèlet non è piú disponibile].” (Bet Yosèf, Hilkhòt Tzitzìt, O.CH. 11).

Il Talmùd e varie fonti midrashiche (Menachòt 43b, Cholìn 89a, Sotà 17a, Y. Berakhòt ch. 1 hal. 2, Sifrè Bemidbàr 15:38, Midràsh R. Naso 14:3, Midràsh R. Shelàkh 17:5, Midràsh Tehillìm Mizmòr 24:9 e 90:10, e Yalqùt Shim’onì Tehillìm 90) ci insegnano che il tekhèlet è di un colore simile a quello del cielo (o del mare). La Septuaginta, la piú antica traduzione (in lingua greca) della Torà, traduce tekhèlet con la parola iakinthos – azzurro. Rav Sa’adià Gaon (nato nel 882 EV) che visse in Babilonia, lo traduce asma’ngon – “come il colore del cielo sereno”, e Maimonide (nato nel 1135) afferma “È il colore del cielo sereno visibile accanto al sole” e aggiunge che “la sua tintura è ben nota per la stabile bellezza che non muta” (Mishnè Torà, Hil. Tzitzìt, 2:1).

Il Talmùd insegna che la fonte del tekhèlet è un organismo marino chiamato chillazòn. Era una chiocciola e il colorante doveva essere estratto quando l’organismo era ancora vivo. Le fabbriche che producevano il colore tekhèlet si trovavano sulla costa della terra d’Israele e del Libano dove stati trovati cumuli di conchiglie Murex. Questa industria era una delle principali della città di Tiro che coniò anche monete con un delfino che salta sulle onde e con una conchiglia di Murex in basso. All’inizio del sesto secolo il tekhèlet per gli ebrei babilonesi era ancora esportato dalla terra d’Israele. Questa è l’ultima indicazione esplicita dell’uso del tekhèlet. Tintorie isolate rimasero lungo la costa di Tiro e a Costantinopoli fino alla sua caduta, il 29 maggio 1453.

Nel 1913, Rav Isaac Herzog, allora rabbino capo di Dublino e successivamente primo rabbino capo dello Stato di Israele, per una ricerca nel quadro della propria tesi dottorale, determinò che il colore tekhèlet veniva estratto dalle chiocciole della famiglia Murex e scrisse che tra le specie conosciute per essere state impiegate dai Fenici nella tintura della porpora, solo il Murex trunculus forniva un colorante che rispondeva almeno in parte alla tradizione del punto di colore tekhèlet. Malgrado le abbondanti prove, Rav Herzog non fu in grado di identificare con assoluta certezza il chillazòn con il Murex trunculus. Oggi tuttavia nello Stato d’Israele sono stati fatti grandi progressi e nel 1993 fu costituita la Fondazione P’til Tekhèlet per la produzione di fili tekhèlet e molte persone oggi usano questi fili azzurri nelle frange del tallèt.

 

 

 

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