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Il commento della settimana, parasha di Vaerà. Il Faraone e il libero arbitrio

in: Blog/News | Pubblicato da: Donato Grosser

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Nella parashà di Vaerà, prima che Mosè andasse a presentarsi al Faraone per chiedere la liberazione dei figli d’Israele, il Signore disse a Mosè (Shemot, 7:3-4): “Ed Io indurirò il cuore del Faraone e moltiplicherò i miei segni di potenza e i miei prodigi nella terra d’Egitto e il Faraone non vi ascolterà; e Io stenderò la mia mano sull’Egitto e farò uscire le mie schiere, cioè il mio popolo d’Israele dall’Egitto mediante castighi straordinari”.

Uno dei principi della Torà è che l’uomo ha il libero arbitrio, ossia è libero di scegliere se fare il bene o fare il male. Dai versetti succitati della Torà appare invece che il Faraone non ebbe alcuna scelta e le sue decisioni furono forzate dal fatto che il Signore lo rese ostinato.

Questo dilemma viene spiegato in modi diversi dai principali commentatori della Torà. Il Maimonide (Cordoba, 1135-1204, Cairo) nella sua opera Mishnè Torà, nelle Hilkhòt Teshuvà (cap.6:3) che trattano l’argomento della penitenza e del perdono dei peccati, risolve il dilemma spiegando che la malvagità di certe persone può arrivare ad un punto tale che, per punizione, viene tolta loro la possibilità di pentirsi e di ritornare sulla retta via. Uno di questi fu appunto il Faraone il cui cuore fu reso ostinato perché rifiutò di riconoscere la grandezza dell’Eterno e di lasciare uscire i figli d’Israele dall’Egitto.

La soluzione del Maimonide che non venga permesso a una persona di pentirsi e di ritornare sulla retta strada (cioè fare Teshuvà), non è condivisa da altri commentatori.

R. Ovadià Sforno (Cesena,1470?-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà scrive che l’Eterno desidera il pentimento e il ritorno sulla retta strada dei peccatori e per questo le piaghe d’Egitto dovevano servire a convincere gli egiziani dei loro errori e a farli pentire. Il motivo per cui il Signore rese ostinato il Faraone è che senza l’ostinazione egli si sarebbe certamente arreso per via delle piaghe, non perché si fosse pentito ma perché non sarebbe stato in grado di sopportarle. R. Sforno afferma che se il Faraone avesse voluto sottomettersi all’Eterno e fare Teshuvà la cosa sarebbe certamente stata possibile. Un commento simile è espresso da R. Moshè ben Yosef Trani nella sua opera Bet Elokim (Teshuvà, cap. 16).

Un altra soluzione è quella di R. ‘Azarià Pigo (Venezia, 1579-1647, Rovigo ), rav a Venezia e Pisa, che nella sua opera Binà Leittìm (Derush Le-yom Shemini shel Pesach) domanda: “Qual era il peccato del Faraone se fu costretto dall’Eterno a essere ostinato?”. R. Azarià risponde che non è possibile che una persona venga costretta a peccare. Egli spiega che il Faraone non credeva nel libero arbitrio e secondo le sue errate opinioni l’Essere Supremo può sempre forzare un essere umano a comportarsi in un modo o nell’altro; e se non lo fa e deve chiedere di comportarsi in un certo modo non è l’Essere Supremo.

Per questo motivo il Signore disse a Mosè “Indurirò il cuore del Faraone”. Il fatto che il Signore mandò Mosè a parlare con il Faraone e a chiedere la liberazione dei figli d’Israele, secondo il Faraone era una dimostrazione che l’Essere Supremo di cui parlava Mosè non aveva la capacità di forzarlo. E per questo motivo divenne ostinato e rifiutò di accedere alle richieste di Mosè. Il Signore mandò Mosè e Aronne come ambasciatori per parlare con il Faraone per non forzare la sua capacità di decidere liberamente. Tuttavia la reazione del Faraone fu proprio quella di diventare ostinato e quindi spiega R. ‘Azaria che il Signore disse, “Indurirò il cuore del Faraone” in previsione della sua reazione.

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