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Il commento della settimana: la parashà di Vaigàsh – Come mantenere l’identità nella Diaspora

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

Un Commento

Yosef (Giuseppe) aveva esortato i fratelli e il padre Ya’aqòv (Giacobbe) a trasferirsi in Egitto (Bereshìt – Genesi, 45:8) perché, a causa della tremenda carestia che sarebbe durata sette anni, la famiglia non avrebbe potuto sopravvivere nella Terra di Canaan con i loro greggi. R. ‘Ovadià Sforno da Cesena (1470-1550) nel suo commento alla Torà scrive che Yosef inviò con i fratelli dei carri per il trasloco della famiglia e delle loro proprietà sicuro che, vedendoli, il padre Ya’aqòv non si sarebbe opposto a lasciare la patria (ibid., 45:19-20).

Fu proprio il Re d’Egitto a incoraggiarli a non badare a portare tutti i loro averi per accelerare il trasferimento, altrimenti, commenta R. Sforno, ogni ritardo avrebbe potuto causare perdite al gregge che era la principale ricchezza della famiglia. Rav Yosef Dov Soloveitchik (Brest Litovsk, 1903-1993, Boston) fa notare che la generosità del Faraone derivava dal suo desiderio di fare immigrare la famiglia di Yosef in Egitto. Egli aveva un grande rispetto per l’acume politico ed economico di Yosef e sperava che nella stessa famiglia ci fossero altre persone brillanti che avrebbero contribuito alla prosperità del paese. R. Yitzchàq Abarbanel (Lisbona, 1437-1508, Venezia) afferma che la reputazione di onestà e integrità di Yosef era tale che il Faraone diede un permesso straordinario per l’esportazione temporanea di carri dal paese, cosa altrimenti proibita.

Per preparare le residenze della famiglia, Ya’aqòv inviò per primo in Egitto il figlio Yehudà. Il compilatore dell’antologia Me’Am Lo’ez commenta che quest’ultimo aveva dimostrato le sue qualità di leader quando era stato disposto a sacrificare la propria libertà per liberare il fratello Beniamino; per questo era anche diventato particolarmente vicino a Yosef, poiché Beniamino era suo fratello minore dalla stessa madre Rachele.

Nel Midrash Bereshit Rabbà (95:3) è raccontato che l’incarico di Yehudà era stato quello di preparare una casa di studio per poter continuare anche in Egitto a insegnare alla famiglia i principi monoteistici ricevuti da Yitzchàq (Isacco) e da Avraham (Abramo). Le principali preoccupazioni del capo famiglia erano quelle di tramandare la loro Torà, di non assimilarsi e di mantenere la propria identità. Per questo anche Yosef fece di tutto per poter fare risiedere la famiglia nella terra di Goshen, nel delta del Nilo (ibid., 46:33-34). R. Mordechai Cohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) nel suo commento alla Torà (p. 202) aggiunge che lo scopo di fare abitare i figli d’Israele a Goshen era di tenere lontana la famiglia dal materialismo della società circostante e di fare sì che non imitassero gli egiziani.

Il Midrash Vayikrà Rabbà (32:5) racconta che i figli d’Israele meritarono di uscire dall’Egitto grazie al fatto che durante i lunghi anni di esilio continuarono a distinguersi dalla società egiziana: “Rav Huna disse a nome di Bar Kappara: per quattro cose Israele fu redento dall’Egitto; non cambiarono i loro nomi né la loro lingua, non fecero maldicenza e non si trovò presso di loro nessuno che fornicasse…”. Tutto questo riuscì grazie alla lungimiranza del patriarca Ya’aqòv che si era preoccupato specialmente della sopravvivenza spirituale della famiglia.

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