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Parashà Vayakhèl-Pekudè: Le priorità sbagliate

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Quando Moshè invitò gli israeliti a fare delle donazioni per il materiale necessario per la costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo mobile che accompagnò gli israeliti nel deserto fino all’entrata nella Terra Promessa, la risposta fu entusiastica: “E vennero tutte le persone mosse dal proprio cuore e tutti quelli spinti dal proprio animo generoso portarono l’offerta all’Eterno per l’opera della tenda di convegno, per tutto il suo servizio e per i vestimenti sacri.  Vennero uomini e donne; quanti erano di cuor generoso portarono bracciali, orecchini, anelli, sigilli, ogni sorta di gioielli d’oro; ognuno portò qualche offerta d’oro all’Eterno (Shemòt, 35:20-21.

R. Joseph Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) nel suo commento in Mesoras Harav (Shemòt, p. 320-1) nota l’entusiasmo con il quale il popolo d’Israele si dette da fare per la costruzione del Mishkàn. Gli israeliti in tutti quarant’anni nel deserto non osarono violare la kedushà del Mishkàn. E invece quando si trattò di osservare lo Shabbàt già una settimana dopo ci fu qualcuno che lo profanò andando a tagliare legna come è scritto: “Mentre i figli d’Israele erano nel deserto trovarono un uomo che nel giorno di Shabbàt raccoglieva legna (Bemidbàr, 15:32). All’inizio di questa parashà quando Moshè radunò il popolo per riferire loro l’ordine dell’Eterno di  costruire il Mishkàn, egli aggiunse un ammonimento sull’osservanza dello Shabbàt, come è scritto: “Si potranno fare lavori per sei giorni, ma il settimo giorno sarà per voi kòdesh, un giorno di completo riposo in onore dell’Eterno…” (Shemòt, 35:1). R. Rashi (Troyes, 1040-1105) nel suo commento alla Torà spiega il motivo dell’ammonimento di non compiere lavori di Shabbàt proprio in occasione della costruzione del Mishkàn. Egli afferma che Moshè anticipò l’ammonimento relativo allo Shabbàt per avvertire che perfino la costruzione del Mishkàn non era permessa di Shabbàt. R. Soloveitchik cita suo bisnonno di cui portava lo stesso nome Yosef Dov (Belarus, 1820-1892) autore dell’opera Bet Halevì, il quale osservò che come nella vita materiale vi sono cose necessarie e cose non necessarie, così pure nella nostra vita spirituale vi sono delle mitzvòt,  precetti, che sono indispensabili per la nostra esistenza quali ebrei ed altre mitzvòt  che non sono vitali per l’esistenza del popolo ebraico quando per forza maggiore non possono essere osservate.  Per esempio, il popolo d’Israele ha vissuto per oltre 1900 anni senza il Bet Ha-Mikdàsh, il santuario di Gerusalemme. Anche senza il Bet Ha-Mikdàsh fiorirono in Israele i maestri della Mishnà, nel secondo secolo E.V. la Mishnà fu trascritta, e poi segui il Talmud. E di nuovo pur senza il Bet Ha-Mikdàsh nel periodo post-talmudico, dal quinto secolo dell’Era Volgare fiorirono gli studi di Torà con i Gheonìm, i rettori delle yeshivòt, le accademie talmudiche della Babilonia. Seguirono i Rishonìm, i maestri dal XI al XV secolo, come R. Yitzchàk Alfasi, Rashi, il Maimonide, i tosafisti francesi e quelli italiani, i maestri spagnoli e tedeschi. Poi fu la volta nel XVI secolo dei grandi maestri cabalisti e nel XVIII dei chassidìm. Certo, in tutti questi secoli abbiamo desiderato e pregato che il Bet Ha-Mikdàsh venisse ricostruito ed è certo che l’esistenza di Bet Ha-Mikdàsh e la presenza di neviìm, profeti, avrebbe allargato i nostri orizzonti spirituali. Con tutto ciò siamo sopravvissuti senza di loro. D’altra parte Israele non può sopravvivere senza lo Shabbàt. Lo Shabbàt è per l’anima quello che acqua e pane sono per il corpo. Se una persona diventa mentalmente squilibrata non riesce più a vedere la differenza tra cose necessarie e lussi. Diventerà trascurato, smetterà di mangiare e non si proteggerà dal freddo.  Nello stesso modo quando il popolo d’Israele era spiritualmente sano non era necessario aggiungere degli ammonimenti di osservare lo Shabbàt. E infatti all’inizio della parashà di Terumà la mitzvà  di costruire il Mishkàn non comprende  alcun ammonimento relativo allo Shabbàt. Poi però venne il peccato del vitello d’oro e la loro spiritualità ne soffrì. Non furono più in grado di distinguere tra necessità e lusso e l’Eterno dovette avvertire loro che lo Shabbàt è più importante della costruzione del Mishkàn. R. Soloveitchik aggiunge che nei secoli passati, nelle derashòt dello Shabbàt Teshuvà che precede il giorno di Kippur, non era necessario ammonire il popolo ad osservare lo Shabbàt, a mangiare cascer e a indossare i tefillin, i filatteri, o sull’obbligo di dare una educazione di Torà ai figli. Ammonimenti del genere non erano necessari perché tutti erano coscienti della loro importanza. È solo nelle ultime generazioni che le nostre priorità sono diventate distorte e consideriamo l’usanza della recitazione del kaddìsh dopo la morte di un genitore o la costruzione di magnifiche sinagoghe [e di musei ebraici, n.d.r.], più importante dell’osservanza dello Shabbàt o dell’educazione ebraica dei figli.

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