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Parashà di Vayaqhèl, un santuario nel tempo e uno nello spazio

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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Stampa del Tabernacolo con gli oggetti sacriLa parashà di Vayaqhèl inizia con le parole: Moshè (Mosè) fece riunire l’intera adunanza dei figli d’Israele e disse loro: queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare; si potrà lavorare per sei giorni e nel settimo giorno vi sarà per voi un periodo di santificazione (Qòdesh), una totale cessazione (Shabbàt Shabbatòn) per il Signore. Chiunque faccia qualche lavoro in questo giorno sarà fatto morire. Non accendete fuoco in qualunque luogo abitiate nel giorno di Shabbàt (Shemòt, 35:1-3).

Nel Midràsh Yalqùt Shim’onì è scritto che in tutta la Torà non vi è un’altra parashà nella quale la parola “Vayaqhèl” (fece riunire) appare all’inizio. L’insegnamento di questa parashà è che il Santo Benedetto disse a Moshè di fare delle grande adunanze e insegnare ai figli d’Israele le halakhòt (regole) dello Shabbàt (del sabato); in questo modo anche le future generazioni impareranno a fare lo stesso e a radunarsi ogni Shabbàt nelle sinagoghe per imparare quello che è permesso e quello che è proibito.

Rabbenu Bahaye (Spagna, XIII-XIV secolo) spiega che questo passo della Torà insegna di non fare melakhòt (attività creative) di Shabbàt, cioè quelle attività (le 39 melakhòt) che furono necessarie per la costruzione del Mishkàn, il Santuario che accompagnò i figli d’Israele nel deserto.

R. Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) aggiunge che l’espressione “non accendete fuoco” significa di non fare alcuna melakhà, perchè tutte le altre melakhòt hanno bisogno della melakhà di accendere il fuoco. Per esempio, per costruire un aratro e poter lavorare la terra è necessario fare uso del fuoco. Egli aggiunge che i Maestri hanno istituito la berakhà (benedizione) sul fuoco (Borè Meorè Ha-Esh) nella havdalà che si fa all’uscita dello Shabbàt appunto perchè grazie al fuoco furono rese possibili le melakhòt necessarie per la costruzione del Mishkàn.

Dopo questa introduzione la Torà descrive come avvenne la raccolta delle donazioni di materiali per la costruzione del Mishkàn. Rav Yosef Dov Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in una delle sue derashòt (sermoni) sulla Torà (raccolte da Rav Avishai David nel volume Daròsh Daràsh Yosef, p. 196-9), osserva che la forma al plurale “queste sono le cose” indica che l’espressione introduce sia l’argomento dello Shabbàt sia quello del Mishkàn.

Rav Soloveitchik fa notare che l’accoppiamento dello Shabbàt al Mishkàn appare in altri tre passi della Torà: nella parashà di Ki-Tissà dopo la presentazione di Betzalèl e Aholiav (i due artigiani principali incaricati alla costruzione del Mishkàn), la Torà ritorna all’argomento del Mishkàn con le parole “Tuttavia voi osserverete i miei Sabati” (Shemòt, 31:13).  L’accoppiamento tra il Mishkàn e lo Shabbàt è lo stesso; la sola differenza è nell’ordine: in Ki-Tissà il Mishkàn precede lo Shabbàt mentre in Vayaqhèl lo Shabbàt precede il Mishkàn. In questo passo i Maestri hano insegnato che la parola “Tuttavia” (akh) significa che nonostante l’entusiasmo popolare per la costruzione del Mishkàn, questa costruzione non è permessa di Shabbàt. Nella parashà di Qedoshìm appare nuovamente lo stesso accoppiamento: “Osserverete il mio Shabbàt e avrete riverenza del mio Miqdàsh (santuario)” (Vayqrà, 19:30). Anche da qui i Maestri insegnano che è proibito costruire il santuario di Shabbàt. Infine nella parashà di Behàr Sinay, il passo della Torà termina con le Parole: “Osserverete i  miei sabati e avrete riverenza del mio santuario, Io sono il Signore”.

Il motivo di questo accoppiamento tra il sabato e il santuario, spiega rav Soloveitchik,  è che sia lo Shabbàt sia il Mishkàn sono dei santuari. Lo Shabbàt è un santuario nel tempo, mentre il Mishkàn è un santuario nello spazio. La presenza divina (Shekhinà), se così si può dire, ha stabilito una residenza terrena prima nel Mishkàn nel deserto e più tardi nel Bet Ha-Miqdàsh sul Har Hamorià a Gerusalemme.  Il venerdì sera al tramonto, quando inizia lo Shabbàt, cantiamo Lekhà Dodì e ci asteniamo dal lavoro, invitiamo la presenza divina nelle nostre case. Non siamo noi a visitare il Signore nel Suo Miqdàsh; è il Signore che, se cosi si può dire, viene invitato a visitare le nostre case.

 

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