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Parashà Vayèlekh: “Color che son sospesi”

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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La parashà di Vayèlekh quest’anno viene letta nel Sabato tra Rosh Ha-Shanà e Kippur.
R. Shelomò Yosef Zevin (Belarus, 1888-1978, Gerusalemme) nella sua opera “Ha-Mo’adìm be-Halakhà” (Le festività nella Halakhà) scrive che l’espressione “dieci giorni di Teshuvà (pentimento e ritorno)” non appare nel Talmud dove questi giorni sono invece chiamati “I dieci giorni tra Rosh Ha-Shanà e Yom Ha-Kippurìm”. L’espressione “Dieci giorni di Teshuvà” fu coniata più tardi per descrivere il carattere peculiare di questi giorni. In effetti, spiega R. Zevin, la Teshuvà va fatta tutto l’anno; tuttavia in questi giorni assume maggior importanza, come scrive il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nelle Hilkhòt Teshuvà (2:6):“Nonostante che la Teshuvà e l’implorazione sia sempre efficace, durante i dieci giorni tra Rosh Ha-Shanà e Yom Ha-Kippurìm è particolarmente efficace e viene accettata immediatamente, come è detto: Cercate l’Eterno, mentre lo si può trovare; invocatelo, mentre è vicino” (Yesha’yà, 55:6).
R. Moshè Isserles (Cracovia, 1520-1572) nello Shulchàn ‘Arùkh (O.C., 603) scrive che in questi giorni ognuno deve esaminare bene le proprie azioni passate e fare Teshuvà. E aggiunge che è più importante fare Teshuvà per le trasgressioni dubbie che per quelle certe, perché una persona si rincresce più facilmente per le trasgressioni certe (mentre per quelle dubbie cerca giustificazioni).
R. Ashèr detto il Rosh (Colonia, 1250-1327, Toledo) nell’ultima parte del suo commento al trattato Rosh Ha-Shanà afferma che le Selichòt, le preghiere che vengono recitate per chiedere perdono all’Eterno per le nostre trasgressioni, furono istituite proprio per i giorni tra Rosh Ha-Shanà e Yom Kippur. Più tardi si diffuse l’uso presso gli ashkenaziti di iniziare a recitarle nella settimana che precede Rosh Ha-Shanà e presso i sefarditi, per tutto il mese che lo precede.
In questi giorni, per ricordare il fatto che l’Eterno giudica tutti gli essere umani, gli antichi Maestri istituirono di aggiungere in due benedizioni della Tefillà (la preghiera giornaliera) la parola “Mèlekh” (Re), come un Re che giudica i suoi sudditi. A questo proposito fu posto un quesito a R. Yesha’yahu Bassan (1670?-1739) che fu rabbino a Reggio Emilia, nel quale gli fu chiesto perché la parola “Mèlekh” non viene aggiunta anche nella Birkàt Ha-Mazòn (benedizione dopo il pasto). Nel suo responso (Lachmè Todà, n.24) R. Bassan offrì tre spiegazioni: la prima è che nella quarta parte della benedizione dopo il pasto la parola Re o nostro Re appare tre volte e per questo motivo non c’è bisogno di aggiungerla altrove; la seconda, che la Birkàt Ha-Mazòn è tutta un ringraziamento all’Eterno (e non è opportuno aggiungere la menzione del regno divino); la terza spiegazione deriva dallo Zòhar da dove si impara che la Birkàt Ha-Mazòn dev’essere recitata con gioia ed è quindi inopportuno menzionarvi il giudizio divino.
Nel Sabato che cade durante questi dieci giorni, chiamato Shabbàt Teshuvà, vi è un’antica tradizione che il rav della città fa una derashà per incoraggiare il pubblico a fare Teshuvà. A Livorno alla fine del Settecento la derashà di Shabbàt Teshuvà, su richiesta della comunità, veniva data da R. Yosef Chayim David Azulai (Gerusalemme, 1724-1806, Livorno), nonostante che non avesse nessun titolo ufficiale perché era uno dei più rispettati Maestri della sua generazione. L’importanza di andare a sentire questa derashà è sottolineata dal Midràsh Mishlè dove è detto: “Il Santo Benedetto dice che quando il chakhàm (maestro di Torà) fa il suo discorso, Egli perdona ed espia i peccati d’Israele”.
Nel trattato talmudico Rosh Ha-Shanà (16b) è insegnato: “R.Kruspedai a nome di R. Yochanàn disse: di Rosh Ha-Shanà vengono aperti tre registri [nei quali sono trascritte le azioni delle persone]; il primo per [i nomi di coloro che sono] totalmente malvagi (Resha’im); il secondo per [i nomi di coloro che sono] totalmente giusti (Tzaddikìm); e il terzo per quelli che sono intermedi (Benonìm). Coloro che sono giusti vengono registrati e confermati subito a rimanere in vita. Coloro che sono totalmente malvagi vengono registrati e confermati a morire. Gli intermedi stanno sospesi e in piedi (Teluìm Ve-‘Omdìm) da Rosh Ha- Shanà fino a Yom Ha-Kippurìm; se [in questi giorni] si sono dati da fare per essere assolti, vengono registrati per la vita, altrimenti per la morte…”.
L’espressione “sospesi e in piedi” è difficile da capire: o se si è sospesi o si è in piedi! C’è chi ha cercato di spiegarla in modo omiletico citando un’antica usanza di fare parlare gli imputati stando in piedi su una pedana con una corda al collo. Se le loro parole erano accettate, i giudici toglievano la corda; in caso contrario toglievano la pedana!

Donato Grosser

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