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Il commento della settimana: la parashà di Vayetzè – La falsa benevolenza di Labano

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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Il nostro patriarca Giacobbe era andato a Padan Aram in Mesopotamia su ordine dei genitori Isacco e Rebecca. Nel salutarlo gli avevano detto di prendere come sposa una delle figlie di Labano, fratello maggiore di Rebecca (Bereshìt – Genesi, 28:1-2). La partenza di Giacobbe era avvenuta su consiglio della madre che gli aveva detto di allontanarsi temporaneamente da casa finchè il fratello Esau si fosse calmato (ibid., 27:44).

Un altro motivo per andare a Padan Aram era che Isacco e Rebecca non volevano che Giacobbe prendesse come moglie una donna Hittita, come aveva fatto Esaù le cui mogli avevano amareggiato la vita di Isacco e Rebecca. Dopo vent’anni a casa di Labano, Giacobbe ricevette l’ordine divino di tornare in Eretz Israel (ibid., 31:3). Consigliatosi con le mogli, Rachele e Lea, Giacobbe montò mogli e figli sui cammelli e partì senza avvisare il suocero Labano (ibid., 31:17). Il commentatore ‘Ovadia Sforno da Cesena (1470-1550) spiega che Giacobbe lasciò Padan Aram senza avvisare il suocero, sapendo che quest’ultimo altrimenti non lo avrebbe lasciato partire.

Nella Haggadà di Pèsach, leggiamo il seguente passo: “Considera quello che l‘arameo Labano volle fare a Giacobbe nostro padre. Mentre il Faraone decretò di annientare solo i maschi, Labano volle annientare tutto, secondo quanto è detto (Devarìm – Deuteronomio, 26:5): l’arameo volle distruggere mio padre il quale poi scese in Egitto dove dimorò come straniero con poca gente e divenne là un popolo grande, potente e numeroso” (Traduzione tratta dalla Haggadà in memoria di Angelo Donati a cura di rav Reuven Bonfil, Milano, 1962).

Rav Yaakov Kamenetzky (Lituania, 1891-1986), che fu Rosh Yeshivà della Yeshivà Torà Veda’at a Brooklyn e uno dei più rispettati talmidè chakhamim (saggi di Torà) della generazione passata, riguardo a questo passo della Haggadà osservò che i commentatori ebbero difficoltà a trovare dove fosse scritto in modo esplicito nella Torà che Labano voleva veramente distruggere Giacobbe e la sua famiglia senza lasciare in vita neppure un superstite.

Rav Kamenetzky spiegò che i Maestri che composero la Haggadà quando scrissero che “Labano volle distruggere tutto” si riferivano al passo della Torà dove Labano dice: “il Dio di Abramo, gli dei di Nachor e quelli dei loro padri siano i nostri giudici” (Bereshìt, 31:53). Labano offrì a Giacobbe di fare un “patto di fratellanza” che li unisse sotto “le divinità dei loro padri”. Secondo Labano anche se Giacobbe era monoteista e serviva il Dio unico di Abramo, e Labano gli dei di Nachor, dal momento che entrambi venivano dalla stessa origine genealogica, avevano in comune le divinità idolatre dei loro padri. Se Labano fosse riuscito nell’intento di unificare le due famiglie avrebbe veramente “distrutto tutto”. Giacobbe invece acconsentì a fare un patto con Labano a diverse condizioni. Egli giurò nel nome del Dio di suo padre Isacco sottolineando che il patto tra i due era fondato su basi diverse da quelle a cui pensava Labano. Per Giacobbe riconoscere altre divinità sarebbe significato distruggere le basi del popolo d’Israele. Giurando solo nel nome del Dio di suo padre Isacco, egli chiarì che i legami con la famiglia di Terach e di Nachor erano stati tagliati e che il popolo d’Israele doveva essere fedele solo al Dio unico dei patriarchi.

Rav Avraham Kroll, uno dei grandi darshanìm di Gerusalemme della generazione precedente, e uno dei sopravissuti della rivolta del Ghetto di Varsavia, nella sua opera Bifqudèkha Asìcha (p.78) scrisse che Giacobbe sapeva che Labano con la sua falsa benevolenza era più pericoloso di Esaù. Mentre Esaù gli era apertamente ostile, Labano mostrava di volergli un gran bene mentre dentro di sé non voleva altro che distruggerlo “lasciando vivo il corpo e bruciandogli l’anima”.

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