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Parashà Vaygàsh: La fine del dramma

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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A causa della carestia i fratelli di Yosèf (Giuseppe) erano scesi in Egitto per acquistare viveri, senza sapere che Yosef, che avevano venduto schiavo, era diventato viceré d’Egitto e per via della necessità di razionare, verificava di persona chi veniva dall’estero per esportare grano ai rispettivi paesi. Quando i dieci fratelli arrivarono da Yosèf, egli li riconobbe mentre loro, che l’avevano visto per l’ultima volta ventidue anni prima quando era un ragazzo di diciassette anni e non avrebbero mai immaginato di trovarlo in quel ruolo, non lo riconobbero.

Nella Torà è scritto: “Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l’estraneo verso di loro (vaitnakèr), parlò duramente e disse: «Da dove siete venuti?». Risposero: «Dal paese di Canaan per comperare viveri»” (Bereshìt, 42:7). L’incontro fu una sorpresa anche per Yosef. Onkelos nella sua traduzione aramaica della Torà, invece di “fece l’estraneo verso di loro” traduce con “e pensò cosa dire loro”. Allora “Yosèf si ricordò  dei sogni che aveva avuto a loro riguardo e disse loro: «Voi siete spie! Voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese»” (ibid., 9). A questo punto ebbe inizio un dramma surrealistico con Yosèf che accusò i fratelli di un crimine immaginario per accertare se si erano pentiti del crimine che avevano commesso nei suoi confronti.

Quando Yosèf imprigiona il fratello Shim’òn che era stato colui che aveva proposto di farlo fuori e manda a casa gli altri nove fratelli con i viveri, i  fratelli  cercano un motivo per questa disgrazia e dicono: “Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci è venuta addosso questa sciagura” (ibid. 21).

R. Meir Leibush Wisser detto Malbim (Ucraina, 1809-1879) nel suo commento scrive che i fratelli ritenevano che era stato appropriato venderlo schiavo perché, per quello che aveva fatto, Yosèf era colpevole. Tuttavia in questo frangente si pentirono e si resero conto che a suo tempo avrebbero dovuto avere compassione del fratello che era solo un ragazzo e perdonarlo. La prova del loro errore era proprio il fatto che ora venivano accusati ingiustamente e puniti misura per misura con il fratello Shim’òn arrestato e messo in prigione. Reuvèn rispose: “Non ve lo avevo detto io: Non peccate contro il ragazzo? Ma non mi avete dato ascolto. Ed ora ci viene chiesto conto del suo sangue” (ibid.22).

Nel secondo viaggio per acquistare viveri in Egitto  con Binyamìn, il fratello più giovane e il “Beniamino” della famiglia al quale il padre Ya’akòv (Giacobbe) era particolarmente attaccato, Yosèf crea una nuova crisi accusandolo di avere rubato la sua coppa d’argento e condannandolo a diventare suo schiavo. A questo punto il fratello Yehudà, che aveva garantito l’incolumità di Binyamìn al padre Ya’akòv, intervenne e con un commovente discorso offrì se stesso come schiavo al posto di Binyamìn. Alla fine del discorso Yosèf, non potendo più controllarsi, scoppiò in pianto e disse ”Ego sum Ioseph frater vester” (ibid, 45:3).

R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p.114) offre una spiegazione sul motivo delle accuse di Yosèf e del dramma da lui creato. I fratelli di Yosèf osservavano la Torà e ogni anno facevano penitenza verificando se avevano dei peccati. Tuttavia in tutti questi ventidue anni non ebbero mai la sensazione di aver fatto qualcosa di male nel vendere Yosèf come schiavo. Al contrario pensarono di aver fatto una mitzvà. E all’improvviso arrivò il momento in cui si resero conto che qualcosa non quadrava. I Maestri insegnano che “se una persona vede gli arrivano delle sofferenze, esamini le sue azioni” (Berakhòt, 5a) per vedere se ci sono dei peccati; e c’è chi dice “vada a frugare le sue azioni” (‘Eruvin, 13b) ossia anche le mitzvòt che ha fatto perché, come spiega Rashì (Francia, 1040-1105): “chi sa mai se quella che si pensava che fosse una mitzvà lo era veramente” o piuttosto era il contrario. Quello che non fecero venti giorni di Kippur lo fece quel momento drammatico. E quando Yosef sentì che dicevano “Certo su di noi grava la colpa” li mise nuovamente alla prova: “Tornate in pace a casa da vostro padre” (ibid, 44:17) e Binyamìn rimanga schiavo. A quel punto Yosèf vide lo spirito di sacrificio di Yehudà. Fare lo schiavo era allora una cosa terribile e anche se Yehudà aveva garantito il ritorno di Benyamìn, avrebbe potuto ricredersi e considerare che alla fine “il sangue di Benyamin non era più rosso del suo”. E quando Yosèf vide finalmente che i fratelli erano cambiati e si erano uniti nella comune disgrazia, non si poté più controllare e scoppiò in pianto. Nel Midràsh Rabbà (93:9) è scritto che le parole di Yehudà erano di riconciliazione con Yosèf, perché mostrò che era pronto a sacrificarsi per suo fratello Binyamìn; erano di riconciliazione con i fratelli che videro come era pronto a sacrificarsi per un fratello; ed erano di riconciliazione con Binyamìn, perché gli fece vedere che così come si sacrificava per lui era pronto a sacrificarsi per altri fratelli.  Rav Elyashiv conclude: quando Yosèf vide che la riconciliazione era totale, “Ha-Hatzagà nigmerà”(il dramma era finito). 

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