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Parashà Vaykrà: “Annulla la tua volontà di fronte alla Sua”

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Questa parashà è la prima del terzo libro della Torà denominato Levitico, perché comprende le mitzvòt (precetti) di cui sono responsabili Kohanìm e Leviìm , che sono membri della tribù di Levi. La parashà tratta dei principali sacrifici che venivano offerti nel Bet Ha-Mikdàsh (santuario) di Gerusalemme. Il primo sacrificio è la ‘olà, che poteva essere un bovino, un ovino o un caprino o, per chi non poteva permettersi animali grossi, anche dei volatili come tortore. La parola ‘olà deriva dalla radice del verbo ‘alò che significa salire.

Rashi (Troyes, 1140-1105) e R. David Kimchi (Narbona, 1160-1232) spiegano che questo sacrificio si chiama ‘olà perché viene totalmente bruciato sul mizbèach (altare) e “va tutto su” in fiamme. R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1810-1888, Francoforte) commenta che il nome del sacrificio riflette il suo scopo che è di trasformare la persona che porta il sacrificio da peccatore ad essere spiritualmente elevato. La ‘olà veniva offerta da chi aveva commesso un peccato per il quale la Torà non prescrive una punizione, da chi aveva omesso di osservare una mitzvà prescrittiva, da chi aveva pensato di commettere un peccato anche se non lo aveva commesso e anche da chi desiderava elevarsi spiritualmente (Art Scroll) e avvicinarsi all’Eterno. Infatti la parola Korbàn, sacrifico, viene dalla radice KRV che significa avvicinarsi. Nel Midràsh (Vaykrà Rabbà, 9:8) i Maestri affermano che “Quando gli israeliti sentirono il passo [della Torà che tratta] dei sacrifici si intimorirono. Moshè disse loro: «Non abbiate timore, occupatevi di Torà e non avrete più timore di tutto questo»”. R. Yechiel Ya’akov Weinberg (Polonia, 1884-1966, Montreux) in Lifrakim (p. 502) menziona che i commentatori del Midràsh spiegano che gli israeliti si impaurirono perché pensarono a cosa avrebbero fatto dopo la distruzione del Bet Ha-Mikdàsh, [che avvenne la prima volta per opera dei babilonesi e la seconda volta per opera dei romani nell’anno 70 E.V.], quando non sarebbe più stato possibile portare sacrifici. Dopo che Moshè studiò la Torà con loro si tranquillizzarono perché [anche senza il Bet Ha-Mikdàsh] avrebbero sempre avuto la possibilità di occuparsi di Torà in sostituzione dei sacrifici. Infatti  i Maestri insegnano che chi studia i passi della Torà che trattano dei sacrifici riceve una ricompensa equivalente a colui che li ha portati come offerta. R.Weinberg nota la difficoltà evidente in questo commento: chi poteva avere mai detto agli israeliti che il Bet Ha-Mikdàsh sarebbe stato distrutto? Egli offre quindi una spiegazione diversa a questo Midràsh. Gli israeliti quando sentirono il passo della Torà che trattava dei sacrifici si impaurirono perché pensavano che l’offerta continuata di sacrifici fosse un fine a se stesso. Si chiesero come fosse possibile improntare la vita sulla base di continui sacrifici. Tuttavia quando Moshè studiò con loro la Torà si resero conto che i sacrifici non erano un fine a se stesso. Al contrario, quello che contava era assorbire le mitzvòt ad un livello così profondo da non pensare neppure che nell’osservanza dei comandi dell’Eterno si faccia un sacrificio. Questo assorbimento deve essere così profondo che il desiderio di osservare le mitzvòt deve scaturire spontaneamente dalla persona come insegnano i Maestri nel trattato di Avòt (Massime dei Padri, 2:4) dove è detto “Annulla la tua volontà di fronte alla Sua affinché Egli annulli la volontà degli altri di fronte alla tua”.  L’israelita non deve avere nessun’altra volontà che la volontà dell’Eterno. Così come vi sono 613 mitzvòt,  248 mitzvòt prescrittive, cioè che impongono di fare qualcosa, e 365 mitzvòt proscrittive, cioè che proibiscono di fare qualcosa, nel corpo dell’israelita vi sono 248 membra e 365 ghiddìm (tendini, vene), In questo modo tutto il corpo è pronto a servire il suo Creatore ed ogni parte del corpo ha la sua mitzvà. L’ebreo che considera l’osservanza delle mitzvòt un sacrificio o che considera un sacrificio l’osservanza dello Shabbàt non è ancora arrivato al livello di essere un ebreo completo.  La mitzvà dello Shabbàt dev’essere così profondamente radicata da non poter neppure immaginare la possibilità di non osservarla.  Solo arrivando a questo livello l’osservanza delle mitzvòt scaturisce dal profondo del cuore. L’ebreo che osserva le mitzvòt perché sono state comandate e non per necessità interna è come un Noachide. Anche Noach (Noè) offrì sacrifici durante la sua vita, tuttavia le sue azioni non scaturivano dal profondo del cuore. Infatti riguardo a Noach è scritto: “Noach procedeva con Dio” (Bereshìt, 6:9). Avraham invece non era così. Egli osservava le mitzvòt dal profondo dell’anima e non avrebbe potuto fare altrimenti. Tutto il suo “Io” era diretto a soddisfare la volontà divina. Riguardo ad Avraham è scritto nella Torà: “L’Eterno dinanzi al quale io procedo” (Bereshìt, 24:40). Noach aveva bisogno di essere sostenuto e faceva quello che doveva solo quando gli veniva così comandato ed ogni cosa buona che faceva era per lui un sacrificio all’Eterno. Non così era Avraham. Egli procedeva dinanzi all’Eterno per farne la volontà.

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