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Parashà Vayqrà: il dubbio costa di più

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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Modello Bet ha-MiqdashRav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania 1910 – 2012, Gerusalemme) nel suo commento alla parashà (Divrè Aggadà, p.198) cita il Maimonide che nel Mishnè Torà, Hilkhòt Me’ilà (8:8) scrive che “Tutti i qorbanòt fanno parte dei chuqìm”, ossia tutti i sacrifici sono dei decreti divini i cui motivi non sono facilmente comprensibili.

La parola Qorbàn comunemente tradotta con la parola “sacrificio”, o “offerta” non dà il significato preciso del termine. Rav Shimshòn Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà scrisse che la parola “sacrificio”, con la sua connotazione di “distruzione” è antitetica al senso ebraico della parola Qorbàn. E anche la parola “offerta” denota una richiesta o un bisogno da parte della persona alla quale l’oggetto viene offerto. Il Creatore, al quale vengono presentati i qorbanòt, non ha invece alcun bisogno delle nostre offerte. Rav Hirsch spiega che la parola qorbàn deriva dalla radice qrv che significa “avvicinarsi”. Chi porta un Qorbàn lo fa per avvicinarsi al Creatore. Per l’israelita la vicinanza al Creatore è il bene supremo, come disse re David nei Salmi: “Per me il bene è la vicinanza di Dio…” (73:28).

Rav Elyashiv fa notare una difficoltà nella spiegazione del Maimonide: i chuqìm (decreti divini), come la proibizione di mangiare carne suina, furono dati al popolo d’Israele al Monte Sinai; tuttavia i qorbanòt esistevano anche prima della nascita del popolo d’Israele. Infatti il Talmùd (trattato Shabbàt 28b) menziona che Adamo portò dei qorbanòt; nella Torà stessa è scritto che Caino e Abele portarono rispettivamente prodotti della terra e del gregge come qorbanòt (Bereshìt – Genesi, cap. 4). Così pure fece Noè quando uscì dall’arca (Bereshìt, 8:20). Rav Elyashiv conclude che non tutti i qorbanòt sono decreti divini: i qorbanòt prima che i figli d’Israele ricevessero la Torà al Monte Sinai erano qorbanòt volontari di ringraziamento (Qorbàn Todà).

Colui che portava il qorbàn al Bet Ha-Miqdash (il Santuario) a Gerusalemme lo faceva per il desiderio di avvicinarsi all’Eterno mostrando che nel portare un qorbàn era pronto a sacrificare sè stesso, come aveva fatto il patriarca Yitzchàq (Isacco). Rav Avraham Kroll nel suo commento Bifqudekha Asicha (Gerusalemme,1978, p. 207), scrive che lo spirito di sacrificio (messirùt nèfesh) è il fondamento della Torà. Lo dimostra il versetto dello Shema’ dove è scritto “e amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutto quello che possiedi” (Devarìm – Deuteronomio, 6:5).

I qorbanòt di espiazione venivano portati per i peccati commessi per errore e senza intenzione. Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Gerusalemme) spiega che il qorbàn di espiazione è denominato “chattàt”, una parola usata per chi non riesce a tirare nel segno (Shoftìm-Giudici, 20:16). Un altro qorbàn è chiamato “ashàm” che significa “di colpevolezza”. Tra i tipi di qorbàn ashàm ve n’è uno denominato “ashàm talui” ovvero un “qorbàn che sospende la punizione”. Viene portato da coloro che sono nel dubbio se hanno commesso per errore un peccato assai grave la cui pena per chi lo commette intenzionalmente è quella di essere tagliato fuori dal popolo (karèt) (Vayqrà, 5:17). Questo qorbàn è un montone ed è molto più costoso del qorbàn che deve portare colui che ha la certezza di avere commesso lo stesso peccato senza intenzione.

Perchè se si è in dubbio di avere commesso il peccato e ci si pente si deve portare un qorbàn più costoso di quello che si deve portare per un peccato commesso senza alcun dubbio? Il motivo viene spiegato da R.Yonà di Girona (Catalonia, XIII secolo) all’inizio del suo commento al trattato talmudico di Berakhòt: colui che è certo di avere commesso un peccato si rende conto di quello che ha fatto e se ne pente più facilmente; colui che non è certo di avere commesso un peccato trova tutta una serie di spiegazioni per giustificarsi e per lui il pentimento è molto più difficile. Per questo la Torà gli comanda che se vuole pentirsi deve portare un qorbàn molto più costoso in modo che si renda conto di quello che ha fatto.

 Donato Grosser

 

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