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Il commento della settimana: la parashà di Vayshlakh – Giacobbe e le vittime civili di guerra

in: Ebraismo | Pubblicato da: Donato Grosser

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Nella parashà di Vayshlàkh è scritto (Bereshìt, 32: 8) che Giacobbe era timoroso prima del suo incontro con Esaù; il Midràsh Bereshìt Rabbà (76:4) afferma che Giacobbe temeva di essere costretto a uccidere delle persone innocenti nel corso della possibile battaglia imminente con Esaù.

Quello delle vittime civili di guerra è un argomento nuovamente attuale a seguito della guerra a Gaza. Recentemente Rav Yaakov Sasson di New York ha scritto un saggio, pubblicato in italiano nel numero 9 della rivista Segulat Israel, che riassumiamo in questa pagina, per esaminare quale sia il parere dei decisori halakhici al riguardo.

Le discussioni halakhiche sulle questioni inerenti alla guerra sono alquanto esigue a causa delle limitate applicazioni pratiche nelle comunità ebraiche durante i duemila anni nella Diaspora. Ad eccezione di un capitolo delle Hilkhòt Melakhìm del Maimonide, le Hilkhòt Milchamà (regole riguardanti la guerra) non erano state trattate quasi per niente fino al 1948 con la nascita dello Stato d’Israele. Il primo contributo alla discussione sull’argomento dei danni causati ai civili nel corso di operazioni militari fu quello di R. Shaul Yisraeli nella sua opera ‘Amùd Hayeminì. R. Yisraeli arrivò alla conclusione che non vi sia alcun impedimento a operazioni militari che causano vittime tra i civili nel momento in cui esse siano compiute entro i limiti delle leggi di guerra, poiché tali perdite sono accettate a livello internazionale come effetti collaterali legittimi e naturali, seppure infelici, dei conflitti.

R. J. David Bleich (Preemptive War in Halacha in Contemporary Halachic Problems, vol. 3) e R. Asher Weiss (in Minchàt AshèrDevarìm) fanno entrambi notare l’episodio nel libro di Shemuel (I, cap. 15), in cui re Shaul, prima di attaccare gli Amaleciti, mette in guardia i Keniti, che abitavano tra gli Amaleciti, di evacuare la zona affinché non rimanessero coinvolti nello spargimento di sangue. L’implicazione dell’avvertimento di Shaul è che se non avessero evacuato la zona, re Shaul sarebbe stato libero di continuare la sua operazione militare senza preoccuparsi delle vittime tra i civili Keniti.

R. Yitzchak Blau (“Biblical Narratives and the Status of Enemy Civilians in Wartime”, Tradition 39:4, 2006, pp. 8-28) riporta varie fonti per arrivare alla conclusione che “il numero di eventuali perdite nel campo nemico costituisce un fattore da prendere in considerazione prima di andare in guerra”. Tuttavia, come tiene a precisare Maier Becker (Tradition, 40:4, p. 103), benché queste fonti rivelino sensibilità nei confronti delle vittime tra i civili nemici, esse non indicano che questa sensibilità debba influenzare le strategie militari nell’atto pratico.

R. Asher Weiss afferma che dovremmo preoccuparci delle morti di civili innocenti e, se possibile, l’uccisione di civili dovrebbe essere evitata. Tuttavia, queste azioni sono consentite nel caso che non vi siano alternative (specialmente se le alternative mettessero in pericolo la vita dei soldati israeliani).

Rav Sasson conclude scrivendo che la questione dell’eventualità che l’esercito dello Stato d’Israele possa nuocere a civili arabi nel corso di operazioni militari è un argomento delicato e doloroso. Le immagini di morti e di feriti sono toccanti e inquietanti. Purtroppo, coloro che sono in guerra contro lo Stato di Israele accolgono favorevolmente queste conseguenze. Si dice che per Hamas l’unica cosa più preziosa di un israeliano morto sia un arabo morto. L’ironia della situazione è che mentre i soldati israeliani hanno ordini di evitare vittime civili, gli arabi considerano i vantaggi di queste perdite. I nostri Maestri discutono sulla legittimità di queste azioni, divisi tra il senso di responsabilità per i cittadini dello Stato d’Israele e la sensibilità nei confronti dei civili arabi. Noi siamo consapevoli della tensione mentre loro ne approfittano. Speriamo e preghiamo che queste halakhòt siano relegate alla riflessione teorica e che il dolore e le sofferenze della guerra siano presto estirpate dal mondo.

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