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Parole che non si dimenticano. Così testimoniò Giuliana Tedeschi Fiorentino, sopravvissuta ad Auschwitz

in: Giornata della Memoria | Pubblicato da: Claudia De Benedetti

2 Commenti

Tenere viva la memoria della Shoah è un dovere imprescindibile che ho assunto, da sempre, senza alcuna riserva.

Nelle celebrazioni di questi giorni, ai miei più disparati uditori ripeto, ma mai abbastanza, le parole di Giuliana Tedeschi Fiorentino, spentasi a 96 anni due anni or sono, l’ultima testimone ebrea torinese della deportazione nazista.

Al Teatro Regio di fronte ad una platea immensa disse: “Siamo tornati, siamo tornati in pochi, anzi in pochissimi; abbiano lasciato laggiù milioni di essere umani, consumati dalle malattie, dagli stenti, dalle violenze; milioni di donne, bambini, vecchi trasformati in fumo. Siamo tornati in un mondo in cui ci siamo subito sentiti estranei, dove non abbiamo trovato ascolto ma sola una desolata solitudine. Allora abbiamo scritto: prima gli uomini, poi a poco a poco le donne che faticosamente uscivano dalla propria riservatezza e dai propri pudori. Abbiamo scritto con le lacrime per un bisogno estremo di sfogo personale e con disperata rabbia per vendicare le offese e le violenze subite. Ma oggi abbiamo la certezza di avere condannato, con la nostra testimonianza, all’esecrazione universale, una intera generazione di feroci, disumani assassini, per i quali non potrà mai esistere perdono. Le parole sono pietre e pietre auspichiamo che restino i nostri racconti, li lasciamo a voi perché li trasmettiate agli altri, in una catena che non trovi interruzione, perché i nostri racconti rappresentano anche le voci di chi non è tornato”.

“Birkenau mi ha inghiottita il 10 aprile del 1944 e non sto ora a raccontare la fame, il freddo, la sete, il sonno e le malattie, la fatica estenuante, la brutalità, la violenza: sono questi i tragici aspetti di tutti i Lager che molti di voi certo conoscono già. Voglio solo ora concentrare il mio ricordo sul terrore spasmodico che incuteva il crematorio, perché del crematorio, nemmeno Primo Levi ha potuto narrare per esperienza diretta. Ogni giorno ritornando dal lavoro scrutavamo al di là del filo spinato l’indice del nostro ipotetico futuro ‘come è alta la fiamma oggi!’, pensavamo con terrore, e superato il cancello ci ammorbava il lezzo di carne umana bruciata. Con il buio della notte andare alle latrine significava vedere riflesso sui vetri delle baracche il bagliore del fuoco. Lo sferragliare dei treni sulle rotaie che solcavano l’infinita distesa del campo, l’abbaiare furioso dei cani ed il ringhiare di bestiali voci umane, annunciavano l’arrivo inarrestabile dei convogli dei deportati, ma noi, sconvolte nel sonno, sapevamo che lo scalpiccio dei piedi era diretto verso quel locale, mascherato da doccia, destinato alla gasazione e a quello della successiva cremazione, a pochi metri dalla nostra baracca. Nemmeno dopo essere tornata il crematorio ha cessato di tormentarmi, mi sono destata per mesi con un sussulto alle tre di notte, con al sopravvenire di un sogno ricorrente, anche se irreale: vedevo mia suocera, deportata con me nel Lager e soppressa nella camera a gas appena giunta a destinazione, scendere da una scala e dirigersi verso un misterioso edificio, gridavo: ‘non entrate non entrare’. Quello, nel sogno, era il crematorio, ma la voce, per il trauma, non mi usciva dalla gola.”

Il suo ricordo sia di benedizione.

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