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Presentato il progetto “Storia di famiglie. Raccolta materiali e documenti sulla Shoah”

in: Ebraismo | Pubblicato da: Claudia De Benedetti

Un Commento

Ero una bimbetta quando per la prima volta la nonna Carla cominciò a parlarmi di Shoah e di come lei, neanche trentenne, con i bisnonni, il nonno Giulio, papà e la zia (di 11 e 7 anni) dovette lasciare Torino per sfuggire alle persecuzioni razziali.

Andarono a Stevani, una frazione di Rosignano Monferrato, forse dieci case in tutto, nel volgere di pochi mesi l’accogliente nascondiglio divenne insicuro e la fuga verso la Svizzera significò la salvezza.

I racconti della nonna continuavano: il periodo svizzero, i ragazzi che frequentavano la scuola a Montreux, la fine della guerra e il ritorno in Italia il 13 luglio 1945.

Poco tempo la liberazione, con negli occhi e nel cuore la consapevolezza di essere sopravvissuti alla più immane tragedia dell’umanità, la mia famiglia ritornò nella cascina di Stevani dove ritrovò tutti i beni che aveva inclusa una Topolino che era stata scrupolosamente interrata. Con grande disponibilità e devozione, i fratelli Bo avevano nascosto e protetto quanto era stato loro affidato da Monsù De Benedetti, il loro padrone ebreo.

Ma non fu purtroppo così per tante, troppe famiglie ebraiche che videro le loro case interamente spogliate, i beni trafugati. La morte dei sei milioni di ebrei ha portato con se la perdita irreparabile dell’universo in cui vivevano.

Grazie al progetto “Storia di famiglie. Raccolta materiali e documenti sulla Shoah” abbiamo la possibilità di salvare non soltanto gli scritti ma anche le fotografi, gli oggetti di uso quotidiano ma anche ad esempio gli abiti degli ebrei italiani che furono sterminati dalle persecuzioni nazifasciste.

Il calendario 2012 dell’United States Memorial Museum di Washington è intitolato “12 Extraordinary Ordinary Objects”, vengono presentate belle immagini di 12 oggetti straordinari nella loro banalità: ne elenco alcuni perché penso possano, meglio di tante parole, rendere l’idea dell’iniziativa: un mazzo di carte, un velo da sposa, un leone di pelouche, una cuffia auricolare, una sedia a dondolo di vimini da bambola. Ogni mese un box racconta una miracolosa storia a lieto fine e le immani peripezie compiute dagli oggetti che hanno permesso di rintracciare i possessori oggi anziani sopravvissuti.

A Meaux sulla Marna dove i tedeschi vennero fermati due volte, prima nel 1914 e poi nel 18 ha aperto il Museo dedicato alla Prima Guerra mondiale con una collezione di 50.000 pezzi di cui 20.000 oggetti che hanno la sconcertante caratteristica di essere stati raccolti da un uomo solo: Jean-Pierre Verney. Pochi giorni fa Verney ha dichiarato: “Dietro ogni oggetto c’è un uomo che l’ha fabbricato, usato, pulito, forse amato. Non mi interessa l’oggetto in se ma la storia che racconta.”

Oggi viene presentato un progetto ambizioso che si affida all’idea di oggetti comuni, ricordi personali, aspetti anche secondari che possano aiutare a ricostruire, a dare voce a esistenze che altrimenti sarebbero destinate a sparire nell’oblio per sempre. Certamente vi sono stati italiani che hanno incrociato in quegli anni bui famiglie ebraiche, perseguitati in fuga, forse hanno aiutato chi era in difficoltà e si sono poi ritrovati in cantina libri, indumenti, valigie o scatole abbandonate perché troppo pesanti. Sono oggetti, privi di un valore monetario ma importantissimi dal punto di vista storico una testimonianza che restituirà all’oblio brandelli di vita.

Il lavoro svolto in questi mesi è stato appassionato e sono certa che la raccolta costituirà la prima importante fase di progetto che porterà ad evidenziare il significato che i beni avevano per i loro possessori, non parleremo più di anime perse per sempre ma avremo contribuito a ricostruire, almeno nella nostra immaginazione, un mondo che non esiste più.

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