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Purim la festa dell’esilio

in: Ebraismo | Pubblicato da: Redazione

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PURIMSi celebra a partire da sabato sera. storia di un mancato sterminio

Purim è una festa molto particolare per il calendario ebraico. Si distingue da tutte le altre per il suo carattere conferitogli dalle generazioni successive, ma sopratutto per la sua fonte principale, la Meghillà di Ester stessa.

La diversa natura delle abitudini di Purim e della Meghillà emerge se paragoniamo Purim a Chanukkà, la festa ebraica che le è più vicina sia per data sia per significato. Sebbene i Libri dei Maccabei non facciano parte del canone biblico, essi tuttavia appartengono al milieu filosofico e stilistico dei libri biblici, per gli eventi che narrano, per i personaggi e le figure principali, per gli argomenti religioso nazionali presenti nel loro background.

Rispetto ai Libri dei Maccabei la Meghillà di Ester sembra collocarsi agli antipodi nell’asse tra il sublime e il ridicolo: il tronfio e volubile Assuero; il perfido e insignificante Amman; Ester, la cui ascesa alla gloria ricorda la favola di Cenerentola, e il virtuoso Mordechai coinvolto negli intrighi di corte di un tiranno orientale.

I commentatori hanno osservato che il nome di Dio non appare neanche una volta in tutta la Meghillà, né si trovano mai Suoi appellativi (Torah Ohr 100b); non c’è da stupirsi quindi che ai tempi della Mishnà i nostri saggi discutevano se includere o meno questo libro nelle Sacre Scritture.

La ragione di tutte queste particolarità può riassumersi in un solo argomento: Purim è la festa dell’esilio e la Meghillà di Ester è il Libro dell’esilio. In un certo senso la Meghillà è il paradigma della vita del popolo ebraico in esilio: la sua intera vicenda, che assomiglia a un semplicistico melodramma e a un racconto mitico staccato dalla realtà, acquista un significato vero, serio e persino tragico se visto come lo specchio della storia ebraica non solo ai tempi di Mordechai ed Ester, ma anche attraverso i lunghi anni dell’esilio.

Assuero, il grande re che governa su “centoventisette provincie”, che passa la maggior parte dei suoi giorni in feste gaudenti e nel harem, che quasi senza rendersene conto emette un decreto “per distruggere e uccidere tutti gli ebrei” – senza considerare le possibili implicazioni di tale decreto – è una mera creatura dell’immaginazione? Quasi non esiste generazione che in un modo o in un altro non si sia imbattuta in lui. Egli può essere anche una figura insignificante e ridicola, ma perfino un tiranno sciocco e debole può portare a terribili distruzioni per il popolo ebraico.

E così per Amman – su cui ci sono vari racconti (TB Meghillà 16a) e che in qualche modo diventa di fatto il sovrano e decide che il disprezzo personale, la superstizione o qualsiasi altro tipo di non senso siano giustificazione sufficiente per uccidere tutti gli ebrei – non si deve andare molto lontano per trovare che egli sia realmente esistente e concretamente minaccioso. Nella Meghillà Amman è chiaramente una figura comica; ma nel corso della nostra storia questo personaggio è stato accompagnato da tante lacrime e sangue versati.

L’esaltato discorso di Amman al re – su “un popolo disperso tra le genti” del suo regno, “le cui leggi sono diverse da quelle di qualsiasi altro popolo e che non osserva le leggi del re, e che quindi il re non dovrebbe tollerare” (Ester 3:8) – non è stato perfezionato di molto durante i 2.500 anni passati da allora!

Con minime variazioni questo viene riproposto fino agli Amman dei nostri giorni in giro per il mondo. Oggi noi non ridiamo più della sua patetica figura, ma la temiamo.

Si può approfondire e illustrare come questa strana sconcertante e ridicola storia della Meghillà, che sarebbe potuta essere divertente se non fosse così tragica, si sia ripetuta generazione dopo generazione in diverse parti del mondo.

Il midrash racconta che i protagonisti della Meghillà non sono solo figure (Midrash Esther Rabbah, Introduzione): Assuero e Amman non rappresentano solo essi stessi, ma sono anche il prototipo di centinaia e migliaia di altri come loro che crescono grazie al male fondamentale dell’esistenza ebraica nell’esilio. Un popolo che non ha un reale supporto, i cui diritti sono sempre dimenticati, le cui limitazioni saranno sempre evidenti e contro cui si volgerà ogni capriccio del potente del momento: l’eterno capro espiatorio.

La Meghillà di Ester dunque è il rotolo del “nascondimento del volto divino”, del popolo ebraico nel suo esilio durante cui la più grande minaccia contro la propria esistenza inizia con ciò che sembra una commedia, e in cui perfino i miracoli originano dalla natura e dal “suolo” dell’esilio.

Solo una prospettiva profonda sul futuro ebraico basata su una fede forte e incrollabile ha reso possibile l’inclusione della Meghillà nel canone biblico. Perché questo libro è l’essenza della vita ebraica in esilio e della fede, per la quale – dietro a tutte le cause esterne – si nasconde il “Guardiano di Israele” (Salmi 121:4. TB Sotah 48a).

La Meghillà ci insegna che il popolo ebraico deve imparare a vivere questo tipo di vita in attesa di miracoli nascosti entro le tortuose e contorte vie della storia. In tutto ciò si deve credere che “conforto e soccorso perverranno agli ebrei…” e che nel momento del pericolo né assimilazione né maschere saranno d’aiuto, neanche per coloro che siederanno nel palazzo stesso del re. E che, nonostante tutto, c’è speranza.

La storia della Meghillà continuerà fino a quando esisterà l’esilio, e fino a quando il mondo si ostinerà a funzionare con il “nascondimento del volto divino” e “il nascondimento del nome divino”. Possano venire presto i giorni in cui noi non leggeremo più la Meghillà come una storia seria; quando saremo in grado di leggerla veramente in modo frivolo, sapendo che è solo un racconto dei tempi passati che non torneranno mai più.

Di Adin Steinsaltz, traduzione di Paola Abbina

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