1568505600<=1347580800
1568505600<=1348185600
1568505600<=1348790400
1568505600<=1349395200
1568505600<=1350000000
1568505600<=1350604800
1568505600<=1351209600
1568505600<=1351814400
1568505600<=1352419200
1568505600<=1353024000
1568505600<=1353628800
1568505600<=1354233600
1568505600<=1354838400
1568505600<=1355443200
1568505600<=1356048000
1568505600<=1356652800
1568505600<=1357257600
1568505600<=1357862400
1568505600<=1358467200
1568505600<=1359072000
1568505600<=1359676800
1568505600<=1360281600
1568505600<=1360886400
1568505600<=1361491200
1568505600<=1362096000
1568505600<=1362700800
1568505600<=1363305600
1568505600<=1363910400
1568505600<=1364515200
1568505600<=1365120000
1568505600<=1365724800
1568505600<=1303171200
1568505600<=1366934400
1568505600<=1367539200
1568505600<=1368144000
1568505600<=1368748800
1568505600<=1369353600
1568505600<=1369958400
1568505600<=1370563200
1568505600<=1371168000
1568505600<=1371772800
1568505600<=1372377600
1568505600<=1372982400
1568505600<=1373587200
1568505600<=1374192000
1568505600<=1374796800
1568505600<=1375401600
1568505600<=1376006400
1568505600<=1376611200
1568505600<=1377216000
1568505600<=1377820800
1568505600<=1378425600

Quando lo stomaco influenza la mente e il cuore

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

4 Commenti

Esiste un rapporto strettissimo tra alimentazione e spiritualità. L’uomo dovrebbe adottare una dieta con poca carne, imparando a cibarsi in modo limitato e senza eccessi anche attraverso qualche digiuno

La fisica quantistica concorda con la Cabalà affermando che il cibo, oltre alle vitamine, proteine, minerali ed enzimi dei quali abbiamo bisogno, contiene anche qualcosa di più sottile: la sua componente energetica e spirituale che dipende tanto dalla qualità e dalla freschezza del cibo, quanto dallo stato d’animo di chi l’ha preparato e di chi l’ha mangiato.

Secondo la Cabalà è compito dell’uomo mangiare con consapevolezza; solo in questo modo egli può riuscire da un lato a estrarre per il suo benessere il massimo livello di nutrimenti e dall’altro a ‘liberare le scintille di luce’ imprigionate nel cibo e dunque a elevare la materia stessa. Partendo da questo presupposto, ogni qualvolta si acquista e si consuma cibo è importante chiedersi quale messaggio stiamo inviando al nostro corpo, soprattutto quando ci nutriamo di carne in modo smodato sostenendo l’ingordigia della società occidentale. Non solo la legge del karma (mida neged mida) prevede che il male inflitto finisca per ripercuotersi, come un boomerang, su chi l’ha commesso ma una riflessione vale sulla quantità di ormoni dello stress, come cortisolo e adrenalina, che proprio cibandoci smodatamente di proteine animali, possiamo assorbire conducendoci a una situazione insalubre.

Non è questa la sede per una discussione di quanto sia migliore o no una dieta vegetariana ma si ritiene opportuno sottolineare che, secondo i saggi dell’ebraismo, il consumo di carne dovrebbe essere ridotto solo a festività ed eventi speciali; inoltre, gli animali non devono essere uccisi in assenza di particolari riti volti ad azzerare il karma negativo come la macellazione kashèr. Per dare un esempio di tali riti, l’uccisione dei volatili è seguita da un cerimoniale nel quale il shohèt (il rabbino che esegue la macellazione) dichiara con la sua preghiera e con la sua gestualità di essere consapevole delle conseguenze spirituali dell’avere reciso la vita di una creatura di Dio. Il rito consiste nel gettare della sabbia per coprire il sangue dell’animale abbattuto recitando una preghiera.

Una storia hassidica esprime l’alto significato redentivo della macellazione kashèr narrando che in un piccolo villaggio della Polonia, un non ebreo si recava spesso ad assistere alla macellazione rituale operata dal Baal Shem Tov, vivendola come un evento altamente spirituale e commovente. Quando il Baal Shem Tov morì, l’uomo rimase stupito e deluso nel notare che, durante la macellazione, il suo successore non piangeva!

Anche la Genesi sostiene chiaramente che la dieta dell’uomo evoluto dovrebbe essere vegetariana: “Ecco, vi ho dato tutte le piante che producono semi che sono sulla faccia di tutta la terra e tutti gli alberi con frutti […] Saranno per voi, affinché li mangiate”.

E del resto il valore salutare e di elevazione spirituale insito nel preferire un’alimentazione vegetariana è contenuta nei seguenti versi del Libro di Daniele: “E il re disse ad Asfenàz, capo dei suoi eunuchi, di portargli alcuni dei figli di Israèl di stirpe reale e di famiglie nobili, giovani senza difetti fisici, belli d’aspetto, dotati d’ogni sorta di talenti, istruiti e intelligenti, tali che avessero attitudine a stare nel palazzo del re, e di insegnare loro la letteratura e la lingua dei Caldei. Il re assegnò loro una porzione giornaliera delle vivande della mensa reale, e del vino che beveva lui; e disse di mantenerli per tre anni, dopo i quali sarebbero passati al servizio del re. Fra essi c’erano, tra i figli di Giuda, Daniele, Anania, Misaele e Azaria […]. Daniele prese in cuor suo la risoluzione di non contaminarsi con il cibo del re e col vino che il re beveva; e chiese al capo degli eunuchi di non obbligarlo a contaminarsi […]: ‘Per favore, metti alla prova i tuoi servi per dieci giorni e ci siano dati dei legumi per mangiare, e dell’acqua per bere […]’. Egli accordò loro quanto domandavano, e li mise alla prova per dieci giorni. E alla fine dei dieci giorni, essi (Daniele, Anania, Misaele e Azaria) avevano un aspetto migliore ed erano più in carne di tutti i giovani che avevano mangiato le vivande del re. Così il maggiordomo portò via il cibo […] e dette loro dei legumi. A questi quattro giovani Dio diede conoscenza, intelligenza e saggezza; e Daniele comprendeva ogni genere di visioni e di sogni […] ed essi furono ammessi al servizio del re. E su tutti i punti che richiedevano sapienza e intelletto nei quali il re li interrogasse, li trovava dieci volte superiori a tutti i magi e gli astrologi che c’erano in tutto il suo regno”.

Una nutrizione consapevole permette quindi di non appesantire il corpo e, soprattutto, la mente: quando lo stomaco è sovraccarico, i ‘fumi della digestione salgono alla mente’, come sostengono lo Shulhàn Arùh e, con parole diverse, la medicina cinese. Anche questa disciplina sottolinea, infatti, la corrispondenza tra le funzioni di separazione del ‘puro dall’impuro’, del nutriente dal nocivo, nei due sistemi paralleli dello stomaco e della mente. Essa afferma che stomaco e intestino, se sono in buone condizioni (cioè sono in grado di eliminare le tossine e di assorbire gli elementi nutritivi), influiscono sul buon funzionamento del pensiero, che, a sua volta, saprà distinguere tra ‘vero e falso’.

Lo psichiatra e agopuntore Hammer sostiene che l’incapacità di distinguere il vero dal falso, il puro dall’impuro, a livello mentale, si ripercuote anche sulle funzioni dello stomaco e dell’intestino, anch’esse preposte all’assorbimento delle sostanze pure e all’eliminazione di quelle tossiche. Ad esempio quando, per qualche motivo, siamo incapaci di accettare determinate realtà o di ingoiare qualche rospo a livello psicologico, ciò si ripercuote sul sistema digestivo creando nausea, vomito, diarrea o altre reazioni di rigetto. Forse anche per questo la legge ebraica raccomanda, quando si sente lo stimolo di urinare o defecare, di interrompere qualsiasi attività e recarsi appena possibile in bagno, o proibisce lo studio della Torà se non ci si è in precedenza liberati dalle scorie dell’intestino.

L’intestino, che gli antichi egizi conservavano in appositi vasi vicino al corpo del defunto, attribuendo a tale organo maggior importanza che non al cervello – è di fatto il nostro ‘secondo cervello’. Quando l’intestino si trova in una condizione di cattivo funzionamento o di stitichezza cronica, provocata dal pane e da altri alimenti derivati dalla farina bianca (definiti già da Maimonide assolutamente nocivi per la salute) anche i processi mentali di discriminazione e comprensione risultano compromessi.

L’intestino ha un ruolo talmente importante nel ripristino della salute che Maimonide affermava che la maggior parte delle guarigioni realizzate nel corso della sua esperienza di medico era stata possibile grazie alla cura impiegata nel mantenere libero il tratto intestinale dei pazienti con clisteri, dieta e digiuni. Egli affermava: “Il primo principio per mantenere il benessere è che le feci siano morbide. Se diventano asciutte, bisogna ammorbidirle perché la loro ritenzione dà luogo a esalazioni perniciose che entrano nel cuore e nel cervello, danneggiano gli umori, disturbano i venti vitali, producono cattivi pensieri.

Nella tradizione ebraica, l’istituzione di innumerevoli digiuni ha tra i suoi obiettivi anche l’apprendimento di un atteggiamento di distacco dal cibo che permette di sperimentare, alla fine del digiuno, il vero piacere dato dall’assunzione consapevole del cibo e dell’esperienza di gratitudine verso Dio per gli alimenti ricevuti.

L’invito di Maimonide e dei saggi a mangiare poco e a digiunare spesso è volto a rompere la tendenza a cibarsi in modo ossessivo per evitare di affrontare con onestà il vuoto affettivo, le frustrazioni professionali e altre situazioni di disagio. Maimonide sosteneva, inoltre, che la maggior parte delle malattie dipendono da un eccesso di alimenti e, in secondo luogo, da una scorretta combinazione di cibi. Nell’utilizzo del digiuno come strategia terapeutica privilegiata, Maimonide si basava sugli assiomi dei grandi medici dell’antichità, tra cui ad esempio Plutarco che sosteneva: “Piuttosto che ricorrere alla medicina, meglio digiunare un giorno”. Anche l’invito di Maimonide ai pazienti a ridurre la quantità del cibo ingerito durante i pasti al punto da alzarsi da tavola ancora un po’ affamati, trova una conferma nelle parole del medico Paracelso: “È la dose che fa il veleno”.

La ricerca medica contemporanea, avendo riscontrato che gli eccessi alimentari e il sovrappeso sono alla base di gravi malattie, sostiene oggi gli effetti terapeutici del digiuno, tra i quali l’eliminazione delle tossine dai tessuti, la disintossicazione del fegato e dei reni, la depurazione del sangue, il potenziamento della resistenza alle malattie. Come spiega il dottor Andrew Weil nel suo testoQuestion: to Fast or not to Fast, grazie a un digiuno prolungato si può ottenere una completa remissione da malattie resistenti ad altri trattamenti. Il digiuno deve essere sempre eseguito sotto controllo di un medico competente, bevendo comunque almeno due litri di acqua al giorno. L’assunzione di acqua in genere, e specialmente durante un digiuno, svolge un ruolo depurativo polivalente: dirige le scorie verso gli organi di eliminazione, depura i reni e diluisce l’urina, tenendo in questo modo sotto controllo la concentrazione di sali e minerali che porterebbero alla formazione di calcoli; permette di evitare che le tossine fuoriescano dalla pelle sotto forma di macchie o eruzioni cutanee favorendo la loro eliminazione attraverso i reni, aiuta l’eliminazione dall’intestino delle pericolose scorie che vi si accumulano.

Anche in caso di patologie gravi, malattie degenerative ed effetti tossici di terapie farmacologiche quali la chemioterapia, il digiuno è utilizzato con successo. Meta del digiuno è raggiungere la disintossicazione a un livello profondo sia dell’organismo che dell’inconscio.

Riflettendo, il gran numero di digiuni previsti nella religione ebraica può avere tra i suoi effetti positivi quello di interrompere il circolo vizioso di paura, disagio, ansia, vuoto… frigorifero, perdita di autostima… aumento dell’ansia… nuovamente frigorifero. Tale spirale crescente di disagio può essere spezzata con un digiuno, che fino a qualche secolo fa, era praticato come disciplina spirituale dai grandi saggi e cabalisti due volte alla settimana: ogni lunedì e giovedì, giorni in cui viene letta pubblicamente la Torà e nei quali il digiuno è facilitato dall’energia diffusa dal potere della lettura dei versi biblici e delle lettere sacre.

La pratica del digiuno veniva anche utilizzata in ogni situazione di profonda difficoltà, nella quale era evidente la necessità di un forte sforzo spirituale per riuscire a superare la prova. Ad esempio, dopo un brutto sogno oppure di fronte a una minaccia alla salute del singolo o della comunità, saggi e cabalisti usavano digiunare.

A livello nazionale, il digiuno era utilizzato come forma di avvicinamento al divino, di aiuto chiarificatore per la teshuvà, per l’espiazione e la comprensione delle cause che avevano creato il decreto divino che metteva a repentaglio la vita delle comunità.

Daniela Abravanel

(Shalom, settembre 2012)

Condividi questo articolo

  • Share
  • FriendFeed
  • Email
  • Feed RSS

Tag: , ,