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Quel che resta dopo un conflitto

in: Medioriente | Pubblicato da: Pierpaolo Pinhas Punturello

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Costretti ad una guerra tutti uniti nella difesa di Israele

Cosa resta dopo una ennesima operazione difesa militare Israeliana? Cosa resta nel linguaggio, nella comunicazione, nei gesti quotidiani? Cosa resta del nome della operazione? Cosa resta sul campo che non è di battaglia, sul campo del vivere quotidiano, delle file alla posta, delle casse al supermercato, delle serate con gli amici?

Resta il senso di una difesa legittima ma non condivisa dal mondo, resta il senso di una paura rimandata ad un prossima volta, resta alto il senso vigile di un paese che adesso deve fare in modo che la tregua per Hamas non diventi un nuovo momento di riarmo e ripresa delle forze. Resta il senso di una impotenza democratica nei confronti degli abitanti di Gaza, schiavi consapevoli o inconsapevoli di un regime totalitario e religioso oscurantista. Nelle pieghe della società israeliana, nei vicoli della nostra identità di ogni giorno resta invece  impotente il segno di una violenza linguistica, una violenza inevitabile che ha cambiato e cambia dopo ogni legittima operazione militare il senso delle parole stesse.

Amud Anan nel 2012, Oferet Yetzuka nel 2008 sono i nomi delle due ultime operazioni di difesa militare attuate da Israele contro il lancio di missili da Gaza sul sud di Israele.

Ma Amud Anan ed Oferet Yetzuka sono anche due espressioni di preghiera, due frasi prese da un certo tipo di linguaggio solenne e festivo, giocoso e ridanciano legato alla Torà, alla tradizione, alla musica ebraica.

Oferet Yetzuka, che militarmente suona così bene nella traduzione italiana di “piombo fuso” è una espressione presa da una poesia di Chaiim Nachman Bialik, una poesia messa in musica e diventata da almeno cinquant’anni una delle canzoni più cantate dai bambini durante Channukkà…”Mio padre mi ha dato, mi ha dato un sevivon fatto con del piombo fuso, sapete voi in onore di cosa? In onore di Channukkà!”

Amud Anan, Colonna di Nuvola, deriva invece da una fonte decisamente più sacra, la Torà: “E l’Eterno andava davanti a loro, di giorno in una colonna di nuvola per guidarli nella via, e di notte in una colonna di Fuoco per Far loro luce, affinché potessero camminare giorno e notte” (Esodo 13, 22.). Questa colonna di nuvola torna in molti altri passi biblici come luogo dal quale l’Eterno comunica con il popolo, protegge il popolo, avvisa il popolo di doversi mettere in cammino, come luogo di relazione costante e quasi potremmo dire “fisica” tra la Guida ed il popolo guidato.

Nel Salmo 99, quando si ripercorrono i ruoli di giustizia ricoperti da Yaakov, Moshe, Aaron e Shemuel il salmista afferma che essi “invocavano HaShem ed Egli li esaudiva…in una  colonna di nubi parlava loro…”. Proprio questo salmo viene cantato durante la cerimonia di Kabbalat Shabbat, accoglienza del Sabato, da molti riti influenzati dal moderno canto di rabbi Shlomo Carlebach, come a dire che almeno nel 60% delle sinagoghe di Israele lo si canta il venerdì sera. Sommando quindi coloro che canticchiano con i loro figli la poesia di Bialik per Channukkà a coloro che recitano cantando il Salmo 99 all’inizio dello Shabbat di fatto tutta la popolazione ebraica di Israele e non solo di Israele ritrova nella propria vita comune due espressioni che la violenza della guerra, una guerra certamente di difesa, ma pur sempre guerra, ha strappato al loro significato originale e difficilmente potranno tornare ad essere quello che erano.

Difficilmente l’israeliano, l’ebreo in genere, che canticchia dal 2008 “ un sevivon di piombo fuso..” non ferma per un attimo la sua voce pensando all’operazione militare. Ancora più difficilmente coloro che recitano il Salmo 99 non fermano anche inconsapevolmente la loro voce al pensiero di Dio che risponde e protegge il suo popolo con una colonna di nubi che è anche il nome dell’ultima operazione militare di protezione del sud di Israele. Il linguaggio, la tradizione, le fonti ebraiche di espressione religiosa, popolare, culturale e musicale subiscono come gli uomini la violenza della guerra. La rimozione collettiva del rischio di nuovi razzi da Gaza, di una nuova e necessaria operazione militare ha successo nella comunicazione e nei ritmi di vita di Israele ma ha molto meno successo nel nostro linguaggio quotidiano. Durante una intervista negli anni del 1960 fu chiesto ad Hannah Arendt dal giornalista Gunter Gauss: “Cosa resta della Europa prehitleriana?” Lei rispose: “Resta la lingua materna. La lingua tedesca è ciò che mi è essenzialmente rimasto, e sono sempre stata consapevole di averla conservata. Sempre mi sono detta: che cosa ci si può fare? Non è la lingua tedesca ad essere impazzita!”

Anche qui in Israele, ma in generale per ogni ebreo che comprenda sufficientemente bene l’ebraico ed abbia  con esso un legame reale,  non è certamente quest’ultimo ad essere impazzito. La lingua ebraica come tutte le lingue del mondo è un mezzo di espressione e di rappresentazione di idee in parola, ma a differenza di tutte le altre lingue del mondo è una lingua speciale, fuori da ogni canone, straordinaria nel suo essere tornata alla vita di tutti i giorni  come la nostra storia di popolo nel suo essere nazione. Per questo motivo quando la lingua ebraica diviene mezzo di comunicazione militare subisce una violenza, inesorabilmente ed inevitabilmente, proprio nell’istante in cui una colonna di nubi  biblica diventa una operazione di difesa militare e del piombo fuso nato per un gioco si trasforma in un’altra operazione militare. Linguisticamente in questo lembo di terra torniamo alla normalità continuando ad usare queste espressioni senza sostituirle, senza censurarle perché facendolo addosseremmo alla lingua ed alla tradizione colpe che non hanno. Linguisticamente e con tenacia ci imponiamo, dopo ogni conflitto, un ritorno alla normalità, una normalità che è straordinaria nel bene e nel male, una normalità che dopo una operazione militare nasconde la violenza da tutti noi subita per sopravvivenza  e la nasconde nelle  espressioni ebraiche ispirate dalla gioia di una festa e mercantizzate per la vita militare o nate nella Torà e mercificate per la difesa di noi tutti.

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