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Rav Piperno si racconta: “La mia nuova vita tra Roma e Napoli”

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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Umberto PipernoRav Umberto Piperno nasce a Roma il 6 marzo del 1961. Diventa Maskil (diploma rabbinico) nel 1980 e Consegue la Semikhà (laurea rabbinica) da Rav Elio Toaff nel 1983. Contemporaneamente si laurea in Scienze politiche e in Legge all’Università di Roma. Nel 1987 sposa Malka Kramer da cui avrà tre figli. Nel 1995 riceve il diploma di Shochet e Bodeq in Israele. E’ Rabbino Capo di Trieste dal 1996 al 2006. Nel 2007 si trasferisce a New York e nel 2010 consegue la Semikhà alla Yeshivà University a New York. Attualmente Rabbino del Tempio Beth Shalom di Roma, è stato nominato Capo Rabbino della Comunità di Napoli.

Che emozione si prova a fare il Rabbino Capo?
“Sicuramente si ringiovanisce. Paura e responsabilità sono emozioni normali. Direi semplicemente che è come quando nasce un nuovo figlio, una paternità acquisita. Ogni figlio è diverso dall’altro. Il poter accompagnare, prendere per mano e vederli procedere con rettitudine è la premessa della costruzione di una Comunità capace di rinnovarsi”.

Che Comunità troverà al suo arrivo?
“Trovare una Comunità in una particolare situazione significa lavorare, entrare in una casa qualche ora prima di Shabbat. Occorre preparare il necessario prima di Shabbat. Nello stesso modo il compito di un Rav, come quello di una donna all’interno di una casa, vuole essere lo strumento per dare a tutti coloro che poi saranno a tavola, cioè a tutta la Comunità, la sensazione di sentirsi con piacere a casa. Credo che questa esperienza possa aiutarmi soprattutto a comprendere un fenomeno assolutamente atipico nell’ebraismo europeo che vede una grande fuga dai centri comunitari  mentre paradossalmente persone che non sono nate ebree o comunque sono state allontanate almeno da cinquecento anni da una realtà ebraica chiedono di rientrare a far parte del popolo ebraico. Come è possibile aiutarli? Chiaramente con gli strumenti dell’Halakhah (normativa ebraica), dei Tribunali Rabbinici, con la possibilità di creare una sorta di nuclei che comunque vedano nella Comunità centrale di Napoli e nell’ebraismo italiano un punto di riferimento forte. Un riferimento non solo come servizi. Posso dire che un forte incoraggiamento mi è stato dato dai miei alunni. Poter collaborare con Gadi Piperno, Pierpaolo Punturello e con Grazia Gualano sicuramente mi aiuta a poter diversificare il messaggio del Rav e poter raggiungere la grande disparità geografica e le grandi lontananze che ci sono tra i diversi nuclei. La storia della Comunità di Napoli è la storia di una comunità atipica che è stata formata esattamente 150 anni fa dai Rothschild per motivi assolutamente economici e non di insediamento tradizionale”.

Quali sono gli obiettivi del suo rabbinato?
“Vorrei fare in modo che i servizi cultuali e culturali possano in qualche modo incoraggiare le famiglie a trasferirsi. Mi piacerebbe anche che arrivassero studenti israeliani che scelgono di fare l’università in Italia o studenti europei per poter anche ravvivare e dare anche possibilità matrimoniali. Credo che un successo di un Rabbino, a proposito degli obiettivi, sia il numero di matrimoni che riesce a celebrare. Endogeni, cioè tra persone della stessa Comunità, o tra ragazzi appartenenti a Comunità diverse. Questo sicuramente rafforza l’appartenenza al popolo ebraico. Tra i miei obiettivi c’è il far sentire a casa le persone, essere vicino a loro, insegnare Torah, che per un Rav è assolutamente fondamentale, e poter ispirare. Credo che sia importante la costituzione di una Comunità-Famiglia dove in qualche modo ci siano differenze, discussioni, crescita e nello stesso momento l’armonia dello Shabbat”.

Essendo anche Rabbino del Tempio Beth Shalom di Roma, come dividerà la sua attività?
“Io credo che questa scelta possa essere un vantaggio reciproco per le due istituzioni. Ho scelto di coordinare le figure professionali che già ci sono, sia a Napoli sia nel territorio, e garantire un’attività di Tribunale Rabbinico che verrà svolta in armonia con quella di Roma e delle istituzioni europee. Per poter dare la sensazione che ci sia un ebraismo forte credo che i bambini protagonisti della Tefillah (preghiera) del Beth Shalom o la rumorosità di 150 ebrei presenti ogni sabato, possano coinvolgere attraverso attività e momenti comuni i membri della Comunità di Napoli dove purtroppo l’età media è molto più alta di quella del Beth Shalom. La realizzazione di gite, attività giovanili e di studio significa fare una Havruta, cioè una società, un’amicizia”.

Napoli è sicuramente una realtà diversa, ma quali sono le migliori iniziative romane da portare in capoluogo partenopeo?
“La gioia. Questa spero che a Napoli non manchi. Rispetto all’organizzazione impeccabile della Comunità di Trieste, Roma si contraddistingue per la partecipazione. Mi piacerebbe che degli sposi di Roma invitassero due o tre giovani napoletani al loro matrimonio. Chi non ha mai visto un matrimonio ha bisogno di partecipare a una gioia comunitaria. Nello stesso tempo la possibilità di condividere servizi, prodotti e cucina potrà incrementare la conoscenza a vari livelli di età tra famiglie, bambini e studenti. Sarà molto importante un Ufficio Giovani perché è una garanzia per il futuro. Quindi con l’aiuto del DEC (Dipartimento Educativo Comunità) che invia due Madrichot (educatrici) al mese, sarà necessario introdurre bambini e ragazzi nell’ambiente delle feste e delle celebrazioni. Credo che in questo Roma possa essere trainante perché ha grandi professionisti. Fare in modo, come dicevano i mastri di un millennio fa, che da Bari e da Otranto esca la Torah. Bisogna rinvigorire i piccoli nuclei, non servono i grandi numeri. Cercherò di ispirarmi all’esperienza di Itzhak Abrabanel che divenne ministro delle Finanze a Napoli dove si era rifugiato a seguito della cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1942. Con l’ulteriore cacciata, si trasferì a Monopoli e scrisse li i suoi commenti alla Bibbia e opere filosofiche, almeno 30/40 scritti in ebraico. Quando gli ebrei cominciano a scrivere opere in ebraico il cammino di rinascita è certamente realizzato. Serve sognare per fare piccole cose”.

L’ebraismo meridionale sta tentando di trovare una sua strada, pensa che la sua nuova Comunità possa costituire una guida per la rinascita di quell’ebraismo?
“Certamente. Essere trainante anche per quegli ebrei nascosti delle grandi e delle piccole Comunità. Se pensiamo che ebrei a Trani o ebrei a Palermo faticano per procurarsi la carne Kosher, per fare un Mikve (bagno rituale), per conservare e sviluppare il proprio ebraismo, allora siamo certi che la loro dedizione alla vita ebraica potrà coinvolgere positivamente tutti coloro che per vari motivi sono lontani fisicamente o ideologicamente dalle nostre Comunità o dal rabbinato italiano. E’ un’esperienza certamente nuova e sta a noi indirizzarla nei giusti binari. Abbiamo degli studi sociologici e storici quindi mi avvarrò certamente di queste esperienza ma credo che proprio la creazione sul campo sia la migliore guida per poter far sentire che la Torah è viva, far sentire che l’ebraismo non è qualcosa che appartiene al passato, ma che guarda al futuro. Sappiamo come gli strumenti di internet, i media aiutino un ebreo lontano a stare in collegamento con il resto del popolo ebraico. Credo che la partecipazione a un’esperienza in Israele per i ragazzi del Sud possa essere lo stimolo per andare avanti. Conto sull’aiuto di tutti per questo nuovo rabbinato”.

Sara Moresco

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