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La sedia vuota

in: Israele | Pubblicato da: Ariel David

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La libertà per più di mille prigionieri palestinesi, molti dei quali con le mani sporche di sangue. Questo il prezzo che Israele ha accettato di pagare per riportare a casa Gilad Shalit, il soldato di Tsahal tenuto in ostaggio da Hamas dal 2006.

Difficile, soprattutto fuori dallo Stato ebraico, capire perché il governo di Benjamin Netanyahu e, secondo i sondaggi, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica israeliana abbiano detto sì al ricatto dell’organizzazione terroristica che controlla la Striscia di Gaza.

Difficile comprendere un accordo che premia e incoraggia il terrorismo e ulteriori rapimenti, che scavalca e umilia i moderati dell’Anp e che concede una vittoria strepitosa ad Hamas sul piano interno e internazionale. Sarà infatti molto più arduo per Israele mantenere l’embargo su Gaza, rifiutare di negoziare con Hamas e bloccare i contatti tra l’organizzazione estremista e i governi occidentali ora che lo stesso governo di Gerusalemme si è seduto a un tavolo con uno dei suoi nemici giurati.

Tutte queste considerazioni non sfuggono agli israeliani, ma quasi sempre passano in secondo piano di fronte al valore incommensurabile dato alla vita di un singolo soldato in virtù di una ferrea tradizione di solidarietà che vieta di abbandonare un connazionale, in primis un soldato, e che ha portato ad un’identificazione totale con il dramma della famiglia Shalit.

Nel paese in cui tutti, uomini e donne, fanno rispettivamente tre e due anni di servizio militare, spesso in situazioni di guerra, Gilad è stato automaticamente adottato da tutti gli israeliani. Per spingere il governo a scendere a patti, in decine di migliaia hanno marciato per le strade del paese o visitato la famiglia nella tenda di protesta piantata di fronte alla residenza del premier a Gerusalemme. Sulle auto nastri gialli e adesivi ricordano che “Gilad è ancora vivo” e persino per il seder di Pesach molte famiglie aggiungono un’altra sedia vuota, oltre a quella tradizionale per il profeta Elia, riservata al soldato prigioniero.

Netanyahu, costretto ad affrontare proteste sociali interne, il crescente isolamento internazionale d’Israele, le tante incognite della Primavera araba e il deterioramento della situazione di sicurezza, potrebbe dunque aver scelto l’unico fronte che oggi gli permetteva di segnare con relativa facilità un punto per il proprio governo e, forse, per il paese.

Le conseguenze dell’accordo con Hamas si conosceranno solo nei prossimi mesi e anni. Nei prossimi giorni però tutta Israele potrà gioire quando Gilad tornerà ad occupare la sedia che lo aspetta da cinque anni.

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