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Shalom intervista Meir: “Napolitano persona speciale, bene Prodi e Berlusconi, con D’Alema momento difficile”

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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Il presidente Napolitano è una persona speciale. E’ venuto due volte in Israele. E’ stato uno dei pochi leader del mondo a dire forte e chiaro che l’antisionismo è come l’antisemitismo”.

Questo l’omaggio dell’ambasciatore uscente di Israele in Italia Gideon Meir al presidente Napolitano in un’intervista al mensile ebraico ‘Shalom‘ che ne ha diffuso il testo. Meir ha fatto un bilancio dei suoi cinque anni di mandato.

A partire dai rapporti con i governi: Prodi ”è stato – ha detto – il primo ministro in Europa, nel periodo in cui si discuteva riguardo al riconoscimento o meno dell’ebraicità dello stato di Israele, a dire che lo stato di Israele deve essere riconosciuto come stato ebraico. Nessun altro ministro in Europa lo ha fatto”.

Berlusconi – ha continuato Meir – ha fatto ancora di più. Voleva che Israele fosse accettata dall’Ue. Berlusconi è stato molto amico di Israele e con lui le relazioni tra i due paesi hanno toccato il picco più alto possibile”. E ancora: ”va riconosciuto il merito a Berlusconi, quando nel 1994, è salito alla guida del paese, di aver cambiato il dibattito politico per tutto quello che riguarda Israele”. Un rapporto del quale l’ambasciatore ha sottolineato la ”cena privata” con il premier in occasione del Capodanno ebraico.

Più problematico il rapporto con D’Alema come ministro degli affari esteri del governo Prodi: ‘‘quando D’Alema ha dichiarato che Israele avrebbe dovuto parlare con Hamas” è stato ”il momento più difficile”. ”D’Alema deve capire che Hamas – ha continuato l’ambasciatore – non è un partner, è un terribile nemico, perché dichiara forte e chiaro che vuole distruggere lo Stato di Israele. Vanno presi sul serio, lo intendono veramente”. Così come con l’Iran: ”la più grande preoccupazione per Israele”.

Di seguito l’intervista integrale:

Quella volta a cena con Berlusconi…

La politica all’insegna dell’amicizia e della cultura. Intervista all’Ambasciatore Gideon Meir che, a conclusione del mandato diplomatico, racconta cinque appassionati anni di lavoro in Italia

Un ambasciatore va e uno viene. Nell’incessante scorrere della storia e delle relazioni tra Stati e popoli, un cambio ai vertici di una delegazione diplomatica non fa quasi notizia. Ma non è sempre vero, soprattutto quando ad andare via è l’Ambasciatore di Israele, quando ad andare via è Gideon Meir. Incontrarlo non è stato facile. Le procedure di sicurezza, i pass, i controlli nell’ambasciata di Israele sono giustamente scrupolosi e ci si rende conto, ancora di più, di quanto sia fragile questo piccolo Paese, anche a Roma costretto ad arroccarsi in un isolamento forzato. Ma una volta entrati l’ambasciatore Meir, e il suo intero staff, ti accolgono con grande disponibilità, con allegria, consapevoli che aprirsi ad una intervista è qualcosa di speciale, è qualcosa che in questa ambasciata super protetta non capita tutti i giorni.

Il suo incarico come Ambasciatore di Israele in Italia ha avuto inizio nel 2006…

Per la precisione il 31 ottobre 2006.

Alla fine di gennaio 2012 lascerà l’Italia. Se dovesse sintetizzare con una frase, in poche parole, questa esperienza cosa direbbe?

Che l’Italia è un Paese bellissimo, fra i più belli del mondo. Non è solo una bellezza artistica o paesaggistica, è la bellezza delle persone e di un’atmosfera di grande socialità e amichevolezza.

Che idea ha dell’Italia e degli italiani?

Non voglio giudicare l’Italia, sarebbe sbagliato. In generale abbiamo trovato una straordinaria nazione, persone gentili, ospitali, disponibili, ovunque siamo andati. Siamo stati accettati meravigliosamente sia da ebrei che da non ebrei e da questi spesso abbiamo ricevuto accoglienza in modo incredibile.

Nel 2006, quale era lo stato delle relazioni tra Italia e Israele? E quali obiettivi si era dato?

Già all’epoca i rapporti tra Israele e l’Italia erano molto buoni. Ho posto tra le mie priorità quella di far crescere queste buone relazioni, lavorando al rafforzamento di legami economici e culturali tra i due Paesi. Assolutamente non volevo puntare solo sulle relazioni politiche. Il mio lavoro, come ambasciatore, è stato anche quello di far crescere l’interscambio commerciale tra i due Paesi.

E’ soddisfatto del lavoro svolto? Che voto si darebbe?

Sono soddisfatto, ma non vorrei darmi un voto. Anche perché, soprattutto quando si affrontano temi e aspetti politici, il giudizio può essere condizionato dagli avvenimenti.

La vita di un ambasciatore è tutta salotti e ricevimenti? E’ così?

Questa è un’immagine sbagliata. Se c’è qualcosa che un diplomatico odia è proprio quello di andare ai ricevimenti. E’ un dovere e si va. Ma non si rimane molto tempo in un ricevimento, perché non dà un contributo, non dà un valore aggiunto al proprio lavoro. Certo ci sono le relazioni con gli ospiti, ma questo non è il compito principale. E’ anche vero che per i diplomatici israeliani esiste un aspetto particolare del loro lavoro, molto diverso dagli altri diplomatici, che è quello di intrattenere relazioni con le diverse comunità ebraiche. Si tratta di incontri, di cene, di appuntamenti anche molto impegnativi. In questi anni ho spesso desiderato di trascorrere una serata libera, tranquilla, a casa con mia moglie Amira.

Ha detto che essere Ambasciatore d’Israele è differente. E io dico anche perché si ha una vita blindata.

Blindata non è la parola giusta. E’ una necessità che noi israeliani sfortunatamente dobbiamo subire. Non sono l’unico ambasciatore protetto. E’ protetto anche l’ambasciatore americano, palestinese, inglese, tedesco. Diventa parte della vita. Diventa parte del tuo lavoro. Ma quando vado in Israele, scendo dall’aereo e non ho nessuna protezione. Prendo la macchina e guido riprendendomi la mia libertà.

In questi cinque anni di lavoro Lei ha conosciuto tre governi italiani. Ha avuto quindi come interlocutori sia un Governo di centro sinistra guidato da Prodi con ministro degli Esteri D’Alema, che uno di centro destra a guida Berlusconi con ministro degli Esteri Frattini, per giungere ora ad un governo guidato da Monti con ministro degli Esteri l’Ambasciatore Giulio Terzi. Non le chiedo un giudizio su questi uomini politici ma le chiedo come lei si è comportato. Se ha avuto un diverso approccio e se ha colto differenze nel capire le ragioni di Israele.

Non ho colto differenze e ho avuto un dialogo con tutti i Governi italiani. Il dialogo di per sé non costituisce un problema. Il problema è semmai il tipo di approccio per proseguire nel dialogo. Romano Prodi è stato un amico d’Israele, anche se la gente pensa di no. E’ stato il primo ministro in Europa, nel periodo in cui si discuteva riguardo al riconoscimento o meno dell’ebraicità dello Stato di Israele, a dire che lo Stato di Israele deve essere riconosciuto come Stato ebraico. Uno Stato per gli ebrei. Uno Stato ebraico. Nessun’altro primo ministro in Europa lo ha fatto. Con Romano Prodi e con il suo Governo abbiamo avuto delle opinioni differenti sulla questione dell’Iran. Differenze legittime all’interno di un dialogo tra amici. Berlusconi ha fatto ancora di più. Berlusconi voleva che Israele fosse accettata dall’UE. Berlusconi è stato molto amico d’Israele e con lui le relazioni tra i due Paesi hanno toccato il picco più alto possibile. Per non parlare poi delle relazioni eccezionali, personali e politiche che ho avuto con il Ministro Frattini, un vero e sincero amico. L’Italia ha una forte posizione, che è molto chiara: ha buone relazioni con il mondo arabo e alla stessa maniera ha buone relazioni con Israele. Per l’Italia questa è una posizione strategica eccezionalmente positiva che in ebraico si dice “non è un gioco a somma zero”. L’Italia, molto di più di altri Paesi conosce come giocare con questo equilibrio, e lo ha fatto sia con il Governo Prodi che con quello di Silvio Berlusconi. Sul nuovo Governo guidato da Monti posso dire che il Ministro Terzi conosce molto bene Israele, ha una conoscenza diretta delle vicende mediorientali e ha già avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman che lo ha invitato a recarsi in Israele.

E’ stato più difficile interloquire con i politici di destra o di sinistra?

Ho avuto un rapporto eccellente sia con la Destra che con la Sinistra. Il mio lavoro è stato quello di dialogare con entrambi gli schieramenti politici, all’interno dei quali ho molti buoni amici. Certo ci sono persone, sia a destra che a sinistra, cui non piacciono né gli ebrei né Israele. Ma sono molto poche. Va riconosciuto il merito a Berlusconi, quando nel 1994 è salito alla guida del Paese, di aver cambiato il dibattito politico per tutto quello che riguarda Israele.

Cosa pensa della classe politica italiana? E’ troppo litigiosa?

E’ complicata come in Israele. E non c’è stabilità come in Israele.

In questi anni ha avuto molti interlocutori istituzionali e politici, ma anche un altissimo punto di riferimento nel Capo dello Stato, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il Presidente Napolitano è una persona speciale. E’ venuto due volte in Israele. E’ stato uno dei pochi leader nel mondo a dire forte e chiaro che l’antisionismo è come l’antisemitismo. Non ti nascondi dietro l’antisionismo, perché sono la stessa cosa. Questa è stata un’affermazione molto coraggiosa detta da un leader della grandezza del Presidente Napolitano. E’ una delle persone che più mi mancherà. Spero che il Quirinale, anche se è fuori dal protocollo, mi consentirà prima che vada via di poterlo incontrare, perché voglio ringraziarlo per la speciale attenzione e sensibilità che ha avuto durante questi anni.

Ha girato molto l’Italia….

Assolutamente sì. E con grande piacere.

E ha incontrato molte piccole e medie comunità ebraiche.

Penso di aver visitato la maggior parte delle comunità ebraiche italiane. Un mio obiettivo, e anche quello di Amira, è stato quello di visitare una comunità e di trascorrere lì uno shabbat, dal venerdì pomeriggio al sabato sera, incontrando le persone al tempio. Così abbiamo fatto in tante comunità, a Torino, Livorno, Napoli, Pisa, Milano, Venezia… Abbiamo incontrato tante persone, abbiamo visitato sinagoghe di riti e tradizione diverse, svolgendo un ruolo quasi di ponte tra Israele e le comunità ebraiche della diaspora.

Che idea ha dell’ebraismo italiano? E’ un ebraismo fragile che rischia di essere assimilato? E’ un ebraismo sionista?

Non c’è dubbio e l’ho detto in tutti i miei discorsi. La comunità ebraica italiana è una delle comunità più sioniste che io abbia mai incontrato in 42 anni di carriera diplomatica. Ho prestato servizio in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada. Questa è una delle comunità più sioniste. C’è una vicinanza ad Israele che non dipende solo dal punto di vista geografico ma spirituale, sentimentale. Sono molti gli ebrei italiani che hanno scelto di vivere in Israele e quindi ci sono legami familiari che uniscono i due Paesi. La comunità ebraica italiana è molto particolare. Una comunità molto piccola, su 60-65 milioni di italiani, 25-30 mila sono gli ebrei registrati. Una comunità ebraica che non ha potere politico, non ha potere finanziario. Ma ha un potere che nessun’altra comunità ha: il potere morale. Per questo motivo la comunità ebraica italiana è così rispettata.

Durante questi incontri, gli ebrei italiani hanno mai mosso critiche al Governo di Israele?

Non si può negare. Ci sono persone anche della comunità ebraica che criticano Israele. Questo fa parte del dialogo.

E cosa pensa della più grande comunità ebraica, quella di Roma? Come giudica gli ebrei romani?

La maggior parte dei sabati, delle Feste le ho passate a Roma. Voglio raccontare un episodio che porterò sempre con me. Un sabato siamo andati al Tempio Bet Shalom e il Rav del Tempio, Roberto Della Rocca, ci ha spiegato che era frequentato da persone semplici, ma buoni ebrei. Persone che scendono per strada e non hanno paura di affrontare i fascisti o tutti coloro che attaccano Israele o gli ebrei. Sono stato quindi “chiamato” alla lettura della Torà. Devo fare una piccola digressione: nella famiglia di mia moglie di origine sefardita, c’è una bella tradizione che quando il padre e il nonno vengono “chiamati” verso la Torà, i figli e i nipoti si alzano per rispetto nei loro confronti; io provengo invece da una famiglia askenazita e non abbiamo questa tradizione. Orbene, quando sono stato “chiamato” alla Torà, l’intera comunità si è alzata in piedi in rispetto allo Stato d’Israele. Non è stato un gesto verso la mia persona, ma verso lo Stato che rappresentavo. Rav Della Rocca mi ha quindi chiesto di dire un “Dvar Torà”, una lezione di Torà: io ho parlato in ebraico e lui ha tradotto. Non appena abbiamo finito, con l’Aron ha kodesh (l’armadio, ndr.) aperto e il Sefer Torà ancora sul tavolo, l’intera comunità ha iniziato a cantare l’Hatikva, l’inno di Israele. Mi sono commosso. E’ stata un’esperienza che non ho mai fatto in nessuna altra comunità ebraica nel mondo. Questo è l’esempio di come gli ebrei romani rispettano lo Stato d’Israele.

Nell’arco degli anni del suo mandato diplomatico ci sono stati molti eventi drammatici: la Guerra a Gaza con l’Operazione Piombo Fuso, il rapimento di alcuni soldati, una lunga stagione di attentati. Come ha vissuto lontano da Israele questi eventi? Hanno influenzato il suo lavoro?

Durante la guerra a Gaza, durante gli attacchi a Sderot, nel mio ufficio ho sempre avuto una grande bandiera della Stato d’Israele e una più piccola di Sderot. Ho dovuto spiegare il perché di quella guerra: non potevamo sopportare più oltre 9.000 missili lanciati sulle teste degli israeliani. E’ stato un lavoro molto difficile. Specialmente nei primi due anni avevo deciso di non polemizzare con il Ministro D’Alema, ma di cercare attivamente il dialogo con lui. E’ venuto a casa mia alcune volte, abbiamo pranzato insieme e abbiamo parlato. Ma quando D’Alema ha dichiarato che Israele avrebbe dovuto parlare con Hamas, non ho potuto più resistere. Questo è stato il momento più difficile. Gli ho risposto attraverso i media, cosa che non avevo fatto prima, che Israele può parlare con Hamas solo riguardo due cose: la prima, la misura delle nostre bare e la seconda, il numero dei fiori che verranno mandati al nostro funerale. Non c’era altra cosa da discutere con Hamas, poiché è un’organizzazione che nasce letteralmente per distruggere lo Stato d’Israele. Hamas non è un partner; chiunque voglia parlare con Hamas, favorisce la nostra distruzione, perché questo è lo scopo di Hamas. Non sto dicendo che D’Alema voleva favorire la nostra distruzione, non voglio essere frainteso, questo non è quello che io voglio dire. Ma D’Alema deve capire che Hamas non è un partner, è un terribile nemico, perché dichiara forte e chiaro che vuole distruggere lo Stato d’Israele. Vanno presi sul serio, lo intendono veramente.

Vi sono state anche ore felici ed eventi di straordinario impatto emotivo: le celebrazioni per i 60 anni della fondazione dello Stato di Israele e la kermesse Unexpeted Israel ‘Israele che non aspetti’. Occasioni che hanno saputo unire le relazioni politiche con la diffusione della cultura e dell’imprenditorialità israeliana.

La kermesse di Milano è stata possibile realizzarla grazie alla grande cooperazione avuta con il Sindaco dell’epoca Letizia Moratti, con il ministro degli Interni Roberto Maroni e con il prefetto Capo della polizia Antonio Manganelli. La polizia era preoccupata e ci aveva invitato a desistere. Parlai con il Ministro Maroni e gli chiesi cosa ne pensava. Mi disse le seguenti parole: “Ambasciatore, io non lascerò che nessuno umili lo Stato d’Israele. Verrà fatta dove noi vi abbiamo promesso di farlo, in piazza del Duomo. E noi le daremo tutta la protezione di cui avete bisogno”. Dopo tutti furono d’accordo. E’ stato un enorme successo e un grande orgoglio per tutti gli ebrei in Italia. Per dieci giorni abbiamo mostrato le più grandi realizzazioni dello Stato d’Israele: l’agricoltura, salute, cultura, acqua, ecc. E poi abbiamo avuto due giorni dedicati al business forum tra Italia-Israele, cui hanno partecipato per la prima volta 400 uomini d’affari; abbiamo avuto eventi culturali con personaggi importanti come David Grossman, scrittore molto amato in Italia, e la cantante Noah, anche lei molto amata. Questa kermesse, insieme all’altro grande progetto per il 60mo anniversario dello Stato d’Israele, sono stati sostenuti anche grazie ad una grande campagna di raccolta, cui hanno aderito molti non ebrei.

Giorni felici, segnati soprattutto dalla liberazione di Gilad Shalit.

Non posso concludere questa intervista senza fare un grande saluto al Sindaco di Roma Gianni Alemanno, perché quello che ha fatto per Gilad Shalit e per Israele è stato incredibile: gli ha concesso la cittadinanza onoraria di Roma; ha messo la foto di Gilad Shalit per tre anni in Piazza del Campidoglio. Una foto che è stata tolta poi con una cerimonia fatta insieme, e molti meriti vanno alla Comunità ebraica di Roma e al suo presidente Riccardo Pacifici, con il Sindaco, la Provincia di Roma e la Presidente della Regione Lazio Renata Polverini. In questi tre anni, ogni israeliano, che è venuto qui, ha potuto vedere la foto di Shalit. Ogni ospite israeliano che è venuto a Roma l’ho portato sulla Piazza del Campidoglio, come ad esempio, Gabriel Ashkenazy, il Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze di Difesa, la sera Tish’a Beav, a mezzanotte. Ho portato anche il Primo ministro Nethanyau nella sua visita dello scorso giugno. Quello che ha fatto il Sindaco di Roma è qualcosa che non scorderemo mai. E noi ebrei abbiamo una lunga memoria, non solo dei nemici ma prima di tutto dei nostri amici.

Lo scorso anno Shalom fece uno scoop: raccontammo di una cena nella sua residenza privata, in occasione del seder di Rosh Ha Shanà. Al tavolo c’era il presidente del Consiglio Berlusconi e il sottosegretario Gianni Letta. Una cena mica tanto normale.

In inglese si dice ‘Power dinner’. E’ stata una serata davvero speciale, molto emozionante. In queste occasioni, insieme al menù mia moglie Amira sceglie anche una “passuk” (verso in ebraico tratto dal Pentateuco, ndr.) per i nostri ospiti. Per quell’occasione Amira ha scelto la Birkat cohanim (la Benedizione sacerdotale). Ho spiegato a Berlusconi e agli ospiti – non c’era solo Gianni Letta, c’erano Cesare Geronzi, Clemente Mimun, Emma Marcegaglia, Cesara Bonamici, Shuka Kalman, Valentino Valentini – il significato: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Faccia luce a te la faccia del Signore e ti doni grazia. Elevi il Signore la Sua faccia a te e ti conceda la pace”. Ho spiegato che noi ebrei abbiamo due cene speciali nella nostra tradizione: Pesach e Rosh Ha Shanà e di solito in queste sere invitiamo i nostri familiari e consideriamo gli ospiti come nostri familiari. Quindi mia moglie ha letto la benedizione ed è stato un momento di particolare intensità. Berlusconi si è molto commosso e mi ha detto: “Mia madre usava benedirci. E ora lo fa mia figlia”.

Qual è il miglior biglietto da visita che Israele può presentare al mondo?

Israele è la nazione con il maggior numero di aziende in start up. E’ un Paese di alta tecnologia, di ricerca, con dieci premi Nobel, di grande successo e crescita economica. Un Paese moderno, ma soprattutto un Paese formato da persone che vogliono vivere in pace con i vicini.

Di cosa si deve preoccupare Israele? Cosa deve temere?

La più grande preoccupazione per Israele oggi è l’Iran. Ma non è solo una sfida alla sopravvivenza di Israele. Gli europei non capiscono. Quando Ahmadinejad parla d’Israele, intende l’Europa, parla d’Israele e intende l’America. I suoi missili arrivano ben oltre Israele, percorrono non 1.200 chilometri, ma 2.500-3.500 km. Si va ben oltre Israele. Per Ahmadinejad è molto accattivante minacciare Israele, poiché gli permette di raccogliere consensi. Ma Israele non è il suo obiettivo ultimo. Una volta distrutta Israele, credete che l’Iran starà tranquillo? L’Iran è contro tutto quello che italiani, israeliani, tedeschi, inglesi, francesi, rappresentano. In poche parole, la libertà di parola, la libertà di stampa, il pluralismo, il rispetto dei diritti umani. L’Iran non rispetta i diritti umani. Io spero che ora, dopo che la stessa AIEA ha riconosciuto che l’Iran sta preparando la bomba atomica, il mondo si sveglierà e capirà che l’Iran è un pericolo enorme per la stabilità del pianeta.

Far comprendere la minaccia iraniana è un lavoro di contro informazione, di Hasbarà.

Questo è quello che farò nel mio prossimo lavoro. Tornerò a fare quello che so fare: il sostegno e la “diplomazia pubblica” per la gente d’Israele e, sarò anche poco modesto, per tutti gli ebrei.

A cura di Giacomo Kahn

(Ha collaborato Jacqueline Sermoneta)

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