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Shavu’òt: La tradizione orale nell’insegnamento di rav Benamozegh

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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cinque conferenze benamozeghIn tutto l’insegnamento di rav Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) non vi è argomento più importante di quello della Torà orale, ossia, della Tradizione. Come definisce rav Benamozegh la Torà orale?

La Tradizione è la parola parlata che antecede (sottinteso conosciuto), accompagna (parola mosaica nel doppio suo aspetto) e segue (sottinteso implicito e virtuale) i monumenti scritti (Vessillo Israelitico, XLIII, 1895, p. 182).

Da dove prende rav Benamozegh queste definizioni? Com’è che la parola parlata antecede quella scritta? Secondo un’opinione nel trattato talmudico Ghittìn (60a), la Torà fu scritta da Moshè (Mosè) alla fine dei quarant’anni nel deserto. Da qui si impara che la Torà orale “antecede” quella scritta. Da dove si impara che la “accompagna”? Un midràsh riportato da Rash̀ì, all’inizio della parashà di Behar Sinai, dice: “I dettagli [di tutte le mizvòt] furono insegnati al Sinai.” Come sappiamo che la Tradizione “segue” anche la scrittura? Una fonte è nel Talmùd Meghillà (19b) dove è detto che l’Eterno mostrò a Moshè perfino “diqduqé sofrim”, ossia le finezze degli studiosi delle generazioni future. Rashì spiega che queste finezze sono quelle che “gli ultimi hanno ricavato dalle espressioni degli insegnamenti dei primi.” Rav Benamozegh spiega che l’insegnamento dei Maestri accreditati di ogni generazione era già implicito in quello di Moshè (Cinque Conferenze sulla Pentecoste, Livorno, Tip. di E. Benamozegh, 1886, p. 22).

Le cinque derashòt date in occasione della festa di Shavu’òt e intitolate “Cinque conferenze sulla Pentecoste”, sono tutte dedicate a spiegare l’importanza della Torà orale. Nella prima derashà, rav Benamozegh scrive: “Ecco dunque il tema che mi sono proposto di trattare in quest’oggi, – la parte non scritta, ma tradizionale della storia della rivelazione sinaitica.” E così continua: “… qui il vantaggio di sincerarsi ancora una volta della verità della tradizione osservando come bene empia le lacune, e gli interstizii della parola scritturale, come dia rilievo e luculenza ai passi più oscuri, come getti le sue radici profonde in certi punti…” “…la Scrittura e la tradizione … sono … le fonti a cui ricorro per avere una storia completa di quello che avvenne in quel gran giorno.” (p.3).

Una fonte midrashica racconta che arrivati sotto il monte Sinai, i figli d’Israele dissero che avrebbero accettato volentieri la Torà scritta, e per quanto riguardava la Torà orale ci avrebbero dovuto pensare. Al che il Creatore “… pose su di loro il monte Sinai come un barile… minacciandoli“ (Talmùd Bab., Shabbàt, 88a). Il perché di quest’azione coercitiva lo spiega rav Benamozegh:

Accettare la Scrittura senza accettare a una tempo la tradizione è lo stesso che nulla accettare, che ognuno è padrone d’intenderla come meglio gli garba, che ognuno ci può mettere tutto quello che più gli accomoda…” (p.4).

La data del giorno in cui il popolo d’Israel ricevette la Torà sotto il monte Sinai non è scritta nella Torà. Secondo il testo letterale della Torà la festa di Shavu’òt “È una festa campestre, agricola e nient’altro che agricola…. Sapete chi dice la data della rivelazione?… la tradizione.” (p.6). Nella seconda derashà, rav Benamozegh ci insegna il significato del versetto:”E campò ivi Israel rimpetto al monte.” “Quante cose o signori si racchiudono in questo verso!” I Maestri c’insegnarono che il popolo era “uno di cuore, d’interessi, di ispirazioni, come lo era già di sangue e d’origini.” Qual è il significato di questo insegnamento? Scrive rav Benamozegh:

La rivelazione bisogna guardarla, intenderla, interpretarla non cogli occhi, non colla mente dell’individuo ma … colla tradizione anziché con libero esame.

Grazie alla Tradizione fu trasmesso…

… alla generazione seguente e questa alla successiva fino ai giorni presenti, il senso vero, unico, legittimo in cui la parola di D. suonò la prima volta al loro orecchio e al loro intelletto (p. 39).

Cosa ci insegna con questo passo rav Benamozegh? Che le spiegazioni della Torà non ce le possiamo inventare, ma dobbiamo impararle, dai nostri padri e dai Maestri di Torà, fino ai nostri antenati che si trovavano sotto il monte Sinai.

Un argomento evidente, anche se non sempre reso esplicito da rav Benamozegh è che un’insegnamento che si basa su una tradizione orale, dipende dalla trasmissione fedele da generazione in generazione. In pratica, è sufficiente che in una generazione gli ebrei cessino di studiare Torà e di insegnarla alla generazione seguente, che tutta la fatica fatta dalle generazioni precedenti sia stata invano e che, come disse rav Yitzchak Hutner (1906-1980), “la sconvolgente esperienza del Sinai svanisca nella buia e lunga strada dell’Esilio.” Questo è il motivo per cui nella Torà è scritto “e l’insegnerai ai tuoi figli, e parlerai di esse mentre sei a casa, quando cammini per la strada, quando ti corichi e quando ti alzi.” (Devarìm, 6:6). In Em La-Miqrà, rav Benamozegh scrive esplicitamente che le parole “ e le insegnerai” si riferiscono alla Torà orale.

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