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Succòt: Chi sa da dove viene, sa dove andare

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Presentare in italiano i discorsi di rav Beniamino Artom (Asti, 1835-1879, Londra) è molto difficile. Chiamato a Londra dalla comunità spagnola-portoghese nel 1866, egli fece delle derashòt in inglese di tale eloquenza che solo un esperto traduttore può essere in grado di presentare in altra lingua. Il testo che segue traduce in parte alcuni passi di una derashà data da rav Artom il 2 ottobre 1868 alla Upper Bryanstone Street Synagogue.

 

 

Perché per sette giorni dobbiamo scambiare i nostri eleganti appartamenti, con tutte le comodità, con una piccola capanna? In un certo senso la differenza tra un appartamento e la Succà assomiglia a quella che esiste tra un palazzo in città e una baita di montagna. In un appartamento in città godiamo di tute le comodità, ma in una baita di montagna respiriamo un’aria più pura. Così nella Succà abitiamo in un luogo più puro dove la nostra mente è elevata da pensieri di kedushà. La Succà rimuove il velo che copre il passato e ce lo pone davanti come se fosse presente. Ricordiamo e vediamo quegli eventi e ci sentiamo fieri della nostra grandezza della quale ci eravamo quasi dimenticati. Il primo scopo della Succà è quello di far sì che Israele rifletta sul suo passato per rendersi conto di come deva essere il suo presente.

Moshè alle falde della montagna sulla quale doveva morire, si rivolse a Israele come un padre ai suoi figli e li ammonì di non dimenticare da dove venivano. “Ricorda i giorni del passato” egli disse, “Domanda a tuo padre” (Devarìm, 32:7). Questo ammonimento non sorprende perché il carattere nobile di Israele è santificato dalla polvere delle ere più remote. Il migliore titolo di gloria di Israele va cercato nella sua origine che, a differenza di quella degli altri popoli, non è nascosta da una nebbia impenetrabile, ma mostra delle linee chiare e ben definite  illuminate dalla luce di innegabili meraviglie: “Considerate Avraham vostro padre, e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai quand’egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai” (Isaia, 51:2). Quella era la radice dell’albero ebraico che produsse così tanti rami rigogliosi e tanti frutti nutritivi. Il patriarca era un modello di ospitalità, carità e giustizia, di quelle virtù che devono adornare sia le persone che i popoli e che esse sole possono assicurarne  prosperità e grandezza. 

Perché l’Eterno non scelse una nazione potente come i Romani che riempirono la terra di terrore e che avrebbero potuto fare della Sua legge la legge del mondo? Perché scegliere Avraham, un semplice pastore appena scampato dalla morte della fornace di Nimrod? Perché  un popolo di schiavi che non meritava neppure il titolo di nazione?  Fu così perché l’Eterno voleva prima di tutto essere il padre della nazione, formarla e darle pianta stabile nella terra che aveva designato per loro quando fissò i confini di tutte le nazioni. Voleva condurre Israele, istruirlo e tenerselo caro come la sua pupilla, e mostrargli la tenerezza con la quale l’aquila circonda il suo nido: “Lo istruì e lo protesse come la pupilla del suo occhio” (Devarìm, 32:10). 

E così come un essere umano è fortemente attaccato a chi lo protegge e il suo affetto aumenta in proporzione alla devozione del suo protettore, così Israele, costituito da Dio stesso, ebbe non solo l’origine più  nobile ma doveva essere connesso al Creatore coi legami dell’amore filiale. E secondariamente, fu così perché le parole dell’Eterno non sono come  le leggi umane che vengono imposte contemporaneamente a tutti gli abitanti dell’impero. Doveva invece essere messa in pratica lentamente con l’influenza dell’esempio. Il popolo eletto doveva praticarla e invitare le nazioni a vedere le benedizioni che aveva ricevuto grazie alla legge dell’Eterno. Israele ebbe il compito di insegnare con l’esempio e non con la spada.

Nel libro delle memorie che l’umile capanna mostra ad Israele, egli vedrà che nonostante i loro difetti, i suoi antenati camminarono per la strada indicata loro. Piccoli di numero ma grandi per l’importanza della missione spirituale che fu a loro assegnata, per l’influenza che ebbero, per le crudeli persecuzioni e gli indescrivibili tormenti a loro inflitti. E soprattutto per la meravigliosa vitalità che li animava e diede loro la forza di resistere al tempo e agli eventi, agli gli uomini e alle loro armi, alle astuzie dei serpenti e ai loro morsi velenosi.

Nella sua umile capanna Israele vedrà la grandezza dei suoi profeti, l’eroismo dei suoi martiri; vedrà coloro che diedero lustro al suo nome con l’eroismo in guerra e coloro che diedero gloria con le imprese di pace. E con senso di gratitudine riconoscerà le nuvole divine che l’hanno circondato e protetto nel corso di trentasei secoli, come annunciato dal profeta: “E vi sarà una capanna per far ombra di giorno e proteggere dal caldo, e per servir di rifugio e d’asilo durante la tempesta e la pioggia” (Isaia, 4:6). Questo era anche un insegnamento di R. Menachem Mendel Morgenstern  (Polonia, 1787-1859) rebbe di Kotzk,  che disse: “Chi sa da dove viene sa dove andare”.

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