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Il commento della settimana: la parashà di Vayèshev – L’interpretazione dei sogni

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Nella parashà di Vayèshev (Bereshìt – Genesi, cap. 37) viene raccontato che Yosef (Giuseppe) venne venduto dai suoi fratelli a una carovana di Midianiti e quest’ultimi, arrivati in Egitto, lo vendettero a Potifar, il capo giustiziere del Faraone. Calunniato dalla moglie di Potifar, che aveva cercato inutilmente di sedurlo, Yosef venne condannato a languire nella prigione di Potifar. Quest’ultimo nonostante praticasse la professione di giustiziere ad alto livello, aveva abbastanza buon senso per capire che tra un servo fedele e una moglie notoriamente infedele, doveva credere alla versione del servo.

Così invece di giustiziare Yosef, lo relegò in prigione per salvare la reputazione della moglie e quella dei propri figli. In casa di Potifar, Yosef era diventato direttore generale delle proprietà del padrone che grazie a lui prosperarono come mai prima. In prigione, Yosef divenne direttore con l’incarico aggiuntivo di occuparsi dei prigionieri di maggior riguardo. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: la parashà di Vayshlakh – Giacobbe e le vittime civili di guerra

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Nella parashà di Vayshlàkh è scritto (Bereshìt, 32: 8) che Giacobbe era timoroso prima del suo incontro con Esaù; il Midràsh Bereshìt Rabbà (76:4) afferma che Giacobbe temeva di essere costretto a uccidere delle persone innocenti nel corso della possibile battaglia imminente con Esaù.

Quello delle vittime civili di guerra è un argomento nuovamente attuale a seguito della guerra a Gaza. Recentemente Rav Yaakov Sasson di New York ha scritto un saggio, pubblicato in italiano nel numero 9 della rivista Segulat Israel, che riassumiamo in questa pagina, per esaminare quale sia il parere dei decisori halakhici al riguardo.

Le discussioni halakhiche sulle questioni inerenti alla guerra sono alquanto esigue a causa delle limitate applicazioni pratiche nelle comunità ebraiche durante i duemila anni nella Diaspora. Ad eccezione di un capitolo delle Hilkhòt Melakhìm del Maimonide, le Hilkhòt Milchamà (regole riguardanti la guerra) non erano state trattate quasi per niente fino al 1948 con la nascita dello Stato d’Israele. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: la parashà di Vayetzè – La falsa benevolenza di Labano

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Il nostro patriarca Giacobbe era andato a Padan Aram in Mesopotamia su ordine dei genitori Isacco e Rebecca. Nel salutarlo gli avevano detto di prendere come sposa una delle figlie di Labano, fratello maggiore di Rebecca (Bereshìt – Genesi, 28:1-2). La partenza di Giacobbe era avvenuta su consiglio della madre che gli aveva detto di allontanarsi temporaneamente da casa finchè il fratello Esau si fosse calmato (ibid., 27:44).

Un altro motivo per andare a Padan Aram era che Isacco e Rebecca non volevano che Giacobbe prendesse come moglie una donna Hittita, come aveva fatto Esaù le cui mogli avevano amareggiato la vita di Isacco e Rebecca. Dopo vent’anni a casa di Labano, Giacobbe ricevette l’ordine divino di tornare in Eretz Israel (ibid., 31:3). Consigliatosi con le mogli, Rachele e Lea, Giacobbe montò mogli e figli sui cammelli e partì senza avvisare il suocero Labano (ibid., 31:17). Il commentatore ‘Ovadia Sforno da Cesena (1470-1550) spiega che Giacobbe lasciò Padan Aram senza avvisare il suocero, sapendo che quest’ultimo altrimenti non lo avrebbe lasciato partire. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana, la parashà di Chayè Sarà – La mitzwà di far sposare i figli

in: Blog/News | Scritto da: Redazione

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Il Talmùd nel trattato Qiddushìn (29a) afferma che il padre deve circoncidere il figlio, insegnargli la Torà e assisterlo nel trovare moglie.

Dopo la morte di Sara, il patriarca Abramo decise che era venuto il momento di trovare moglie per il figlio Isacco. Non era una cosa semplice.

La moglie di Isacco avrebbe dovuto rimpiazzare Sara. A tale scopo Abramo diede ordine al suo fedele servitore Eli’ezer di intraprendere il lungo viaggio dalla Terrasanta alla Mesopotamia, nella città da dove Abramo era partito per venire nella terra di Canaan. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: la parashà di Nòach – Il verdetto del Diluvio

in: Blog/News | di: Donato Grosser

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Nella parashà di Nòach che comprende la storia del Diluvio, è scritto (Bereshìt-Genesi, 6:11-13): La terra divenne corrotta davanti a Dio e piena di ruberie. E Dio vide che la terra era diventata corrotta perchè il comportamento di ogni essere vivente sulla terra si era corrotto. E Dio disse a Noè: ho decretato la fine di tutte le creature perchè per via di loro la terra è diventata piena di ruberie e pertanto li distruggerò con la terra.

Rashì (Troyes,1040-1105) nel suo commento alla Torà spiega che il decreto divino di distruggere la terra fu emanato per via dell’immoralità sessuale e dell’idolatria, tuttavia il fattore decisivo che lo rese esecutivo fu l’imperversare delle ruberie. Rav Avraham Kroll z’l, nelle sue derashòt (omelie) alla Torà (raccolte nel libro Bifkudèkha Asìcha, Gerusalemme, 1978), cita il Midràsh Ruth Rabbà (2:10) nel quale è detto: come si impara dal libro di Giobbe, la prima punizione del Misericordioso non colpisce le persone. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: la parashà di Haazìnu – Perché i giusti soffrono?

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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I cinque libri di Mosè si concludono con il cantico di Haazìnu e con la successiva benedizione di Mosè alle dodici tribù.  Il cantico di Haazìnu, dopo i primi tre versetti introduttivi (Devarìm– Deuteronomio, 32:1-3) prosegue con le parole: “La Rocca la cui opera è perfetta perché tutte le sue vie sono giustizia; Dio è verace e senza malizia; Egli è giusto e retto”.

R. Hezeqia ben Manoach (Francia, XIII secolo) nella sua opera  Chezqunì spiega che Mosè disse al popolo: Nonostante che io vi informi delle disgrazie che vi capiteranno se non osserverete la Torà , non pensate male delle azioni del Signore. Sappiate che tutte le Sue vie sono giuste. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: parashà di Vayèlekh – La grande convocazione nazionale

in: Blog/News | di: Donato Grosser

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La parashà di Vayèlekh comprende le due ultime mitzwòt (precetti) della Torà: la penultima è quella di convocare tutto Israele a Gerusalemme nel primo giorno di Chol Hamo’èd Sukkòt (il primo giorno intermedio della Festa delle Capanne) dopo la conclusione del settimo anno del ciclo settennale. Durante il settimo anno appena passato la terra non veniva coltivata e il raccolto era messo gratuitamente a disposizione di tutti; inoltre alla fine dell’anno avveniva la remissione dei debiti. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: Parashà Ki Tavò – “Questa è la Torà che Mosè presentò ai figli d’Israele”

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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La parashà di Ki Tavò descrive uno degli eventi più rimarchevoli nell’esistenza del popolo d’Israele. Mosè ordina al popolo che quando attraverseranno il fiume Giordano e giungeranno alla città di Shekhèm che si trova in una vallata tra i due monti Gherizim ed Eval, i Cohanim e i Leviti si piazzeranno nella vallata e le dodici tribù si divideranno metà ai piedi di un monte e metà ai piedi dell’altro. I Leviti pronunceranno benedizioni e maledizioni per coloro che non osserveranno certe mitzwòt.

Le dodici trasgressioni elencate nella parashà hanno un tratto comune: si tratta di trasgressioni che possono essere commesse dai singoli in assoluta “privacy” senza che nessuno venga a saperlo. Nella pianura di Moav il popolo d’Israele aveva accettato la responsabilità collettiva per le trasgressioni dei singoli. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: Parashà Ki Tetzè – L’ufficio oggetti smarriti

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Rav Yosef Shalom Elyashiv zz’l (1910-2012) in una delle sue derashòt alla parashà di Ki Tetzè (Divrè Agadà, p. 358) afferma:

“Quando esisteva il Bet Ha-Miqdàsh (il Santuario di Gerusalemme) gli israeliti si riunivano a Gerusalemme tre volte all’anno [in occasione delle tre feste di  Pesach, Shavuot Sukkot]. Nella città vi era un luogo chiamato Even Ha-To’èn, dove si dava avviso degli oggetti smarriti.

Il Talmùd babilonese nel trattato Bavà Mezi’à (28b) racconta che “tutti coloro che avevano smarrito un oggetto andavano li e cosi pure coloro che ne avevano trovati. Quest’ultimi ne davano avviso e i proprietari davano i segni di identificazione di quello che avevano perduto e lo recuperavano”. Da quando il Bet Ha-Miqdàsh fu distrutto (che venga ricostruito presto nei nostri giorni), fu deciso che gli avvisi [degli oggetti smarriti] venissero fatti nelle sinagoghe e nelle case di studio (Batè Midrashòt)”. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: Parashà di Reè – La mitzwà della Tzedaqà

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Rav Mordekhai Hacohen di Aleppo (XVII secolo) nel suo commento Siftè Cohen alla Parashà di Reè, osserva che rovesciando l’ordine delle lettere della parola “Tzedaqà” (Tzadi, Dalet, Qof)  con il sistema “Atbash” (cioè sostituendo alla Alef la Tav, alla Bet la Shin, alla Ghimel la Qof e così via) ritorna la parola tzedaqà.

Egli spiega che questo significa che la ricompensa del Cielo per chi dà Tzedaqà è di ricevere beni materiali per potere continuare a dare ancora tzedaqà. Leggi tutto l’articolo